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Un muro non basta
Per decidere chi ha torto e chi ha torto
Per tracciare un confine arbitrario
Per dettare la legge del più forte

Un muro non basta
Per nascondere un orizzonte alla sua terra
Per costruire una gabbia intorno ad una nazione
Per dimenticare quello che c'è dall'altra parte

Un muro non basta
Per cancellare il diritto all'autodeterminazione dei popoli
Per impedire a due volti di incrociare lo sguardo
Per sbarrare il passo a chi ha voglia di conoscere

 

 

SOSTEGNO AL POPOLO PALESTINESE

Testimonianza di: Chiara TORRES

23 maggio , 2006

Non è stato un viaggio consapevole di quello che mi aspettava, il mio. Conoscevo la storia del Paese ma il Muro, per me come per molti altri,  era assente dalle pagine di storia e dai quotidiani.

Il 20 febbraio il mio aereo atterra a Tel Aviv e il pullman, con Toufique di Nazareth alla guida, si avvia verso la ricca Galilea . Visitiamo Nazareth e dintorni per tre giorni, attraversando luoghi stupendi in cui l'accoglienza è delle migliori.

Il 23 febbraio la destinazione è Betlemme e per raggiungerla affianchiamo Gerusalemme: per la prima volta vedo questo Muro serpeggiare alla destra del finestrino, mentre la guida italiana annuncia che al check-point potremmo atttendere un po' di tempo . Oltrepassata una prima rotonda, svoltiamo a destra e il pullman si ferma in un grande piazzale. L'autista e la guida scendono e mostrano i documenti. Viene fermato anche il secodo pullman al nostro seguito, ma i militari non sono per niente interessati a sollecitare i controlli e si muovono con estrema lentezza. Rimaniamo circa 25 minuti seduti e pazienti, come ci è stato consigliato dalla guida "per fare il più in fretta possibile". Giù dal pullman le persone vengono interpellate una per una da due soldati, poi ripartiamo alla volta di Betlemme.

Poche parole vengono spese, ancora una volta, sulla situazione del Paese , ma quella sera e i giorni seguenti sarà inevitabile guardarsi intorno con più attenzione. Anche se le numerose tappe del viaggio sgomitano col tempo a nostra disposizione, a Betlemme le occasioni per conversare liberamente con le persone locali non mancano. Prima in Università, poi in Comune con il sindaco e infine la serata con la comunità cattolica nella Basilica della Natività. E' qui che raccolgo lo sfogo di una madre che mi dice di essere "tired, 'cause of Intifada". Il marito ha perso il lavoro, perchè l'azienda ha chiuso e le sue tre figlie stanno ancora studiando all'università. Sente gravoso il peso di una situazione tanto precaria.

Purtroppo i tempi stringono ed è presto ora di ripartire. Il giorno dopo andiamo a Gerusalemme e ci imbattiamo di nuovo in un check-point, non saprei dire se è lo stesso del giorno prima. Questa volta, venendo da Betlemme, sul Muro vedo dei disegni .

Un leone sbrana una colomba e a fianco un cartello verde israeliano riporta la scritta "Welcome to Jerusalem".

Da una parte c'è chi si sente annientato e lo grida come può e dall'altra c'è chi non vuole saperne, sbarra l'orizzonte sgradito e dà il benvenuto a chi oltrepassa il Muro. E chi non può farlo? "Poco importa, se non lo vediamo e non si mischia con noi" sembra gridare, invece, il Muro.

 In città i bambini che si avvicinano chiedendo "un uro" [un euro] non sono bimbi israeliani, proprio come da noi non sono italiani. La differenza è che questa citta è la terra dei loro nonni. E proprio uno di loro, che conosce da anni la nostra guida, ci raccomanda di stare attenti ai nostri portafogli, perchè la tentazione di rubarli è forte. Siamo nella zona est di Gerusalemme .

E Padre Ibrahim Faltas , che incontriamo la sera in albergo, ci lascia un messaggio prezioso: "Che cosa possono fare le persone da fuori? Venire a vedere con i propri occhi."

Quello che ho visto in Palestina è molto diverso dalla propaganda politica e dai resoconti giornalistici e mediatici. Nei Territori Palestinesi non ho avvertito l'incombente pericolo tanto pubblicizzato. Ciò che ho sentito, invece, è il bisogno di dar voce alla realtà di una terra difficile, di farsi sentire, e di conoscere.

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