CONFLITTI IN CORSO
Il crimine di esser nati palestinesi
21 Marzo 2007
Circa due settimane fa, il mio amico Dawud, un insegnante di inglese del liceo di Kufr'ain, mi ha chiamato quasi in lacrime per parlarmi della sosta al checkpoint che costò la vita al suo bambino di sei mesi.
Subito dopo la mezzanotte dell'8 marzo, il figlio del mio amico cominciò ad avere problemi respiratori. I suoi genitori chiamarono subito un taxi per portarlo al più vicino ospedale di Ramallah, dove speravano di poterlo far mettere sotto una tenda ad ossigeno, che nel passato lo aveva aiutato a riprendersi dalle crisi respiratorie.
Appena la famiglia uscì dalla sua città palestinese nella West Bank verso l'ospedale palestinese, ma fu fermata al checkpoint di Atara, dove un soldato israeliano chiese i documenti di padre, madre ed autista. Dawud spiegò al soldato che suo figlio aveva bisogno di urgenti cure mediche, ma il soldato insisteva nella sua volontà di controllare prima i documenti, una procedura che in genere prende solo pochi minuti.
Quella di Dawud era la sola automobile presente al checkpoint nel cuore della notte, e tuttavia i soldati trattennero le tre carte di identità per più di venti minuti, anche quando Dawud e sua moglie iniziarono a piangere e ad implorare che gli fosse consentito il passaggio.
Dopo quindici minuti dalla bocca del bambino cominciò a fuoriuscire un liquido ed il mio amico disse tra i gemiti al soldato che li lasciasse passare, che il loro bambino stava morendo. Per tutta risposta il soldato disse che voleva perquisire l'auto, dopo che le carte di identità erano state controllate. All'1,05 del mattino il bambino di sei mesi di Khalid Dawud morì al checkpoint di Atara.
Durante la perquisizione dell'auto il soldato illuminò la faccia del bambino deceduto comprendendo cosa era successo, quindi restituì i documenti e permise alla famiglia distrutta dal dolore di passare.
Checkpoint e carte di indentità. Menzionate queste parole ed ogni vittima o testimone dell'apartheid può produrre dozzine di orribili storie come quella di Dawud.
Il Sudfrica impiegava un sistema del genere nelle sue vecchie leggi di transito di apartheid, che il governo usava per monitorare il movimento degli Africani neri del sud. I neri dovevano portare documenti di riconoscimento personali, che richiedevano timbri governativi prima che i possessori potessero muoversi all'interno del loro paese.
Allo stesso modo, ai Palestinesi della West Bank è richiesto di portare documenti emessi in Israele che indicano a quali aree, strade, e luoghi santi essi sono ammessi e a quali no.
Le leggi di transito mettevano in grado la polizia Sudafricana di arrestare i neri a piacere.
Così, le forze di occupazione israeliane usano documenti di identità non solo per monitorare il movimento dei Palestinesi, ma anche per giustificare la frequente arbitraria detenzione e l'arresto in un regime di generale impunità. Gli abitanti ebraici della West Bank (come tutti gli Ebrei di Israele) hanno diversi documenti di identità, che proclamano la loro nazionalità "ebraica", e concedono loro il permesso automatico di accedere a moderne strade e a quasi tutti i luoghi santi chiusi alla maggioranza dei Palestinesi.
Quarantasette anni fa oggi, il 21 Marzo 1960, centinaia di Sudafricani neri si raccolsero a Sharpville, Sudafrica, e marciarono insieme per protesta contro le leggi di transito razziste e disumane del sistema dell'Apartheid. Le forze di polizia sudafricane controllate dai bianchi spararono sulla folla inerme, uccidendo almeno 67 persone e ferendone tre volte tante, tra cui uomini, donne e bambini. Testimoni dicono che la maggior parte della gente era stata colpita alle spalle mentre fuggiva.
In Palestina quasi 50 anni dopo il massacro di Sharpville, le leggi di transito ancora opprimono la vita della gente.
Anna Baltzer, 25 Marzo 2007
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