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"Informare sugli orrori delle guerre è una parte del cammino verso la pace".

Sibilla

CONFLITTI IN CORSO

Mordechai Vanunu e' un cittadino israeliano che ha lavorato dal 1976 al 1985 presso la base nucleare di Dimona, nel deserto del Negev in Israele. Egli per mesi scatta foto nella centrale e prende appunti sulla produzione di materiale per la costruzione di armi atomiche. Rese pubblico il fatto che Israele fosse una potenza nucleare le cui forze armate (nel 1986) disponevano di circa 200 testate. Tale atto fu motivato da alte e condivisibili ragioni ideali: "Ho sacrificato la mia liberta' e ho rischiato la mia vita per svelare il pericolo rappresentato dalle armi nucleari che minacciano tutta la regione. Ho provato a dire a coloro che hanno sofferto l'olocausto nazista che potrebbe esserci un nuovo olocausto ... il pericolo oggi si chiama Chernobyl, proliferazione nucleare ...". Il gennaio 1995 gli fa eco l'attrice Susanna York: "Essere contro i segreti nucleari significa lottare per la democrazia".

La base nucleare di Dimona

 

Situato nel deserto del Negev, a circa 14 chilometri dal confine giordano, l'impianto nucleare di Dimona esprime la volontà delle autorità governative israeliane d'interpretare le relazioni internazionali in termini puramente bellici e preventivamente dissuasivi nonché il forte desiderio di rivalsa diffusosi fra la popolazione ebraica dopo la seconda Guerra Mondiale. l'edificazione della struttura in questione è stata avviata – nella massima segretezza e con l'appoggio tecnico della Francia – nel 1958.

Sei anni dopo, un reattore a uranio naturale ed acqua pesante fu attivato, concretizzando gli sforzi intrapresi dalla Commissione Israeliana per l'Energia Atomica – creata nel 1952 – il cui presidente, Ernst David Bergman, affermò nell'anno della sua istituzione che il potenziale atomico costituisce un mezzo volto a garantire che “gli ebrei non vengano mai più condotti come agnelli al macello”.

Alla metà degli anni '60 fu inoltre realizzata un'installazione per il riciclaggio di combustibile radioattivo, la quale – annualmente – può trattare fra 15 e 60 kg di plutonio fissile e produrre da 5 a 10 testate nucleari.

I dieci blocchi

Più in particolare, il complesso di Dimona è costituito da dieci blocchi o istituti chiamati in ebraico machons. Il primo di essi, ricoperto da una cupola argentea e di un diametro approssimativo di 20 metri, contiene il reattore.

Il secondo si profila come un'area ristretta che si estende lungo sei piani scavati nel sottosuolo a cui hanno accesso soltanto 150 dei 2700 impiegati della centrale. Si tratta di un nucleo chimico destinato alla rimozione ed al riutilizzo dell'uranio contenuto nelle apposite barre.

Nel terzo si effettua, tra l'altro, la solidificazione dell'isotopo Litio-6 per il suo impiego nelle testate termonucleari. Quanto al quarto blocco, esso è consacrato al trattamento delle scorie radioattive, mentre nel quinto s'inserisce l'uranio in placche rivestite di alluminio poi inviate al reattore.

Il sesto istituto offre un supporto a tutti gli altri e vi si trovano alcuni generatori elettrici di emergenza. Risultano invece sconosciute le attività del settimo machon, attualmente forse in disuso. L'ottavo è un laboratorio sperimentale, nel quale – tra il 1979 e il 1980 – l'unità segreta 840 ha fabbricato uranio arricchito su scala industriale. In merito, alcuni scienziati reputano che l'edificio contenga una centrifuga a gas atta a produrre il composto sopracitato. Per quel che concerne il complesso 9, esso si occupa di separazione di isotopi tramite laser, mentre l'ultima è riservata al trattamento dell'uranio impoverito per un utilizzo nazionale, ma in parte esportato in Svizzera.

Un segreto di stato

Il 3 ottobre 1957 fu firmato un accordo tra la Francia ed Israele: la prima s'impegnava a costruire un reattore di 24 MWt (MegaWatts) per il secondo, ancorché i sistemi di raffreddamento vennero congegnati per canalizzare una potenza tre volte superiore. Ai lavoratori transalpini fu detto che i componenti strutturali più grossi, come il serbatoio del reattore, facevano parte di una centrale di desalinizzazione destinata al sud America.

Lo Stato ebraico – ufficialmente riconosciuto come tale nel 1948 – creò inoltre una nuova agenzia informativa, il Servizio di Relazioni Scientifiche (LEKEM) – smantellato nel 1986 dopo l'arresto negli Stati Uniti di Jonathan Jay Pollard, accusato di spionaggio in favore di Israele e successivamente condannato all'ergastolo – affinché l'esistenza del complesso nucleare potesse essere celata agli occhi dell'opinione pubblica globale.

A tale proposito, va rilevato che nel 1958 la presenza dell'impianto nel deserto del Negev fu rilevata dagli aerei-spia americani U2, ma soltanto due anni dopo la Casa Bianca l'identificò senza dubbio alcuno quale sito atomico.

Fu proprio all'inizio degli anni '60 che la Francia – estremamente preoccupata dalle conseguenze di eventuali clamorose rivelazioni circa la sua partecipazione all'edificazione dell'installazione e, in particolare, del blocco chimico – cominciò ad esercitare delle pressioni sul governo israeliano. Il valore delle iniziative diplomatiche transalpine era essenzialmente preventivo. In effetti, il presidente Charles de Gaulle intendeva evitare uno scandalo internazionale che avrebbe anche potuto intaccare gravemente la sua immagine.

Tuttavia le autorità ebraiche – nella persona di David Ben Gurion – si limitarono nel dicembre 1960 ad informare gli Stati Uniti, affermando che il complesso di Dimona era un luogo di ricerca nucleare che perseguiva “scopi pacifici”.

L'ambiguità strategica di Israele

Malgrado numerosi appelli alla trasparenza, ISREAELE intende mantenere una politica enigmatica percepita quale valida misura deterrente a livello internazionale. Attualmente non vi sono prove concrete che lo Stato ebraico abbia effettuato dei test nucleari, sebbene delle informazioni non confermate facciano riferimento ad un esperimento congiunto israelo-sud-africano avvenuto nel 1979 nella parte meridionale dell'Oceano Indiano.

A ciò va aggiunto che nessuno conosce esattamente il numero di armi atomiche a disposizione del governo israeliano, il quale – come quello indiano e pakistano – preferisce configurarsi quale satellite che gravita attorno ad un pianeta retto da fragili equilibri codificati da trattati suscettibili, in caso di adesione, di circoscriverne la libertà d'azione fissando determinati limiti che esso non vuole accettare, in nome di una folle logica nucleare che plasma la pace nella violenza.

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