Machu Picchu: il codice cosmico. Una città fortezza o un centro di sapere astronomico
Cos'era Machu Picchu? Una città-fortezza o un centro di sapere astronomico che replicava nella pietra la visione cosmica degli Inca? A giudicare dalla moltitudine di strutture a carattere sacro, che vi furono erette, fu fondata per imbrigliare le energie celesti.

È l'alba sulle Ande. Nel cuore del Perù, laddove la selva amazzonica incontra le vette della cordigliera, i primi raggi di luce attraversano Intipunku, “la porta del Sole”, un varco di roccia granitica perfettamente allineata con la levata dell'astro, eretta nel valico tra due cime lussureggianti. Era questo un momento atteso dagli alti sacerdoti inca che, avvolti da splendide vesti rituali, celebravano cerimonie invocando la benevolenza di Inti, il dio solare. Oggi, come un tempo, le tenebre lentamente si diradano; in lontananza, adagiate su uno sperone a oltre 2.000 metri d'altitudine, emergono allo sguardo le rovine di Machu Picchu, la favolosa città perduta.
Ombelico geomantico
Circondata da altissime montagne e da vertiginosi dirupi che sovrastano la valle sacra del fiume Wilkamayo (considerata la controparte terrestre della Via Lattea) per chi non vi acceda dall'alto, mediante la strada lastricata che gli antichi percorrevano nella fitta foresta, è impossibile scorgere la città dall'angusto fondovalle. Spesso celata da un tetto impenetrabile di nebbia, si nasconde nel silenzio fino all'ultimo tornante che conduce all'ingresso, quello turistico, poi d'improvviso compare come proiettata dal passato. Quale funzione aveva una simile città, eretta tra le nuvole? Come mai fu costruita su una montagna sperduta? Forse vi abitavano individui “vicini” alle divinità: sacerdoti, vergini sacre ( aqqla ), il sovrano stesso o forse in essa, più che altrove, affioravano particolari forze telluriche. Fu scelta dai saggi per collocarvi il centro delle loro speculazioni teologiche? Quel luogo era riconosciuto come una sorta di montagna cosmica capace di calamitare inesauribili energie vitali? Dopo qualche istante nel bel mezzo delle rovine, un'unica cosa è certa: ancora oggi, fortissima, si percepisce una sensazione di sacralità e laddove l'Uomo avverte i propri limiti, spesso nasce il divino. Machu Picchu è circondata ed è essa stessa una huaca (wak'a), termine della lingua quechua che designa quegli elementi particolari del paesaggio ritenuti saturi di poteri soprannaturali. È interessante sottolineare come in diversi edifici adibiti al culto fossero incorporate e “deificate” rocce vive. Erano huaca, cioè spazi consacrati; stabilizzavano nella pietra la volatilità dei fenomeni della natura, ricevevano offerte o servivano per le celebrazioni rituali. A Machu Picchu era in atto un continuo superamento del vago confine tra sacro e profano, anzi forse nemmeno esisteva. È indubbio tuttavia che in essa, come giustamente sostiene lo studioso Giulio Magli, “ ci si interessava di astronomia e molto anche ”. Probabilmente fu un importante centro di sapere, una capitale intellettuale, l'Eliopoli incaica tanto per intenderci. Lo dimostra la presenza di ambienti adibiti a vere e proprie aule universitarie. A Machu Picchu si praticavano riti essenziali per la prosperità dell'impero e vi confluiva una casta di sacerdoti chiamati Amautas , con avanzate conoscenze delle meccaniche celesti che stabilivano i solstizi, gli equinozi e predicevano le eclissi. Per i popoli andini, così come per molti altri dell'antichità, vi era un'inscindibile relazione tra le realtà terrestri e le loro proiezioni astrali. I fenomeni astronomici costituivano le fondamenta non solo ideologiche e religiose dell'esistenza, ma esercitavano influssi determinanti sugli aspetti pratici della vita organizzata. L'universo era un libro pieno di segni da leggere e interpretare; non avendo gli Inca sviluppato la scrittura, il solo linguaggio atto a ordinare lo spazio e codificare i messaggi celesti era l'architettura, grazie al supporto indistruttibile della pietra. Per i “figli del Sole” il mondo era diviso in tre regni o livelli: il cielo, la terra e gli inferi. A ciascuno di essi era associato rispettivamente il condor, ovvero lo spirito che s'innalzava, il puma che calcava la terra e il serpente che assorbiva le energie ctonie. La raffinata spiritualità inca si basava sulla ricerca dell'equilibrio tra queste sfere e sulla credenza in un'armonia tra coppie di forze opposte e complementari: giorno e notte, femminile e maschile, alto e basso, vita e morte, sole e pioggia . Compito dell' élite sacerdotale era quello di bilanciare le forze negative, scatenate dalle colpe umane, con quelle dei defunti e delle potenze soprannaturali.
Le rocce sacre

Machu Picchu incarnava le concezioni di un popolo per il quale il suo stesso impero era come un corpo pulsante inserito nel cosmo, un popolo che volle avvicinare la sua opera a quella degli dèi. Quali presupposti ci portano a questa conclusione? Scalinate, templi, case, cortili, piazze, canali, terrazzamenti agricoli, se fosse solo per questi elementi, Machu Picchu potrebbe sembrare una città come tante altre. Ma non è affatto così, oltre a rappresentare uno dei più sofisticati complessi urbani dell'antichità, un capolavoro d'ingegneria architettonica realizzato in un ambiente ostile, dall'attenta perlustrazione delle rovine si coglie appieno la sua natura di straordinaria città-santuario. È infatti disseminata di singolari altari di pietra, di sorgenti liturgiche per il culto delle acque, di modelli in scala di elementi degni di venerazione e soprattutto di una molteplicità di complesse strutture a carattere sacro. Il monumento forse più significativo è senz'altro il famoso intiwatana, “la pietra a cui si lega il Sole”, riconducibile a culti e computi astronomici. Consiste in un orologio solare intagliato e ricavato in un unico affioramento di roccia, culminante in un pilastro a forma di prisma che proietta la luce solare sul piano sottostante. Situato su una piattaforma cerimoniale in cima a una sorta di ripida piramide a gradoni, in parte naturale in parte artificiale, fu probabilmente utilizzato per determinare i calendari rituali e agricoli. nti e delle potenze soprannaturali.
Il mistero del tesoro
Non c'è fine agli enigmi. In molti sono convinti che la cittadella nasconda ancora un grande tesoro. Bingham scoprì numerosi reperti, gli oggetti d'oro però erano del tutto assenti. A rigor di logica, qui doveva essercene un ingente quantitativo. L'oro, prezioso per gli Inca in quanto metallo solare per eccellenza, si riteneva generato dalle lacrime e dal sudore dell'astro. Il suo fulgore e la sua incorruttibilità gli conferivano un altissimo pregio rituale. Il fatto che Machu Picchu non rechi segni di saccheggio, sorte toccata alle altre città incaiche, conferma la tesi di un suo repentino abbandono. Non è improbabile che da qualche parte, forse nel ventre del Huayna Picchu (vetta sovente colpita dai fulmini), siano ancora celate, mai ritrovate, le mummie dei venerabili con i loro favolosi tesori. Gli Inca chiamavano le mummie anche I'llapa (lampo) e dedicavano loro un culto particolare. I defunti più illustri, se fatti oggetto di opportune attenzioni rituali, avevano il potere di controllare la pioggia garantendo la fertilità. Col nome di I'llapa , si designavano proprio i luoghi in cui cadevano i fulmini. Chissà se queste camere sepolcrali segrete davvero esistono, Machu Picchu comunque è un posto superiore alla sua stessa fama, ci si ritrova a contemplarla come se lo sguardo non ne fosse mai pago. Il Sole, fulcro dei riti che vi si celebravano, dopo una breve ma fitta pioggia riprende possesso della città. I filari delle abitazioni, le lunghe scalinate, i sentieri, i templi, tutto riluce nello splendore. Le solide mura della città hanno resistito a terremoti, all'erosione degli elementi, al passaggio inesorabile dei secoli, l'apparato urbano non ha nulla di spento, è così poco morto che basterebbe rimettere i tetti di canne scoperchiati dal tempo e qualche pietra qua e là per restituirgli l'aspetto originario, come si vede nelle ricostruzioni digitali. Ciò che quelle pietre evocano è la straordinaria vittoria sulla transitorietà dell'esistenza: sono pietre che parlano di fatica, d'ingegno architettonico, di arditi voli mistici, di finestre aperte verso l'ignoto.
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