Norberto Bobbio il silenzio del laico
Norberto Bobbio, ormai da diversi mesi, ha scelto il silenzio, si è allontanato dalla conversazione pubblica, che gli era molto cara e alla quale aveva dedicato una buona parte delle sue energie. Non ha finito di conversare, no, ma si è ritirato in una sua conversazione privata, alla quale ha pienamente diritto con i suoi 93 anni, or ora compiuti. Assistito e protetto da un collaboratore-studioso, Pietro Polito, che lo aiuta da anni a sbrogliare «le grane bibliografiche» e in generale a regolare il traffico nel rapporto col mondo esterno, Bobbio continua a seguire le notizie di attualità, ma ha cessato quella pratica che possiamo ben chiamare kantianamente «uso pubblico della ragione». Constatare questo vuoto è una impresa di tale ovvietà che Bobbio mi consiglierebbe, se avesse appena voglia di occuparsene, di evitarla.
In effetti è sempre stato così ossessionato dal bisogno di evitare le banalità che quando gli facevano osservare che in politica, come nel giornalismo, un po' di luoghi comuni sono indispensabili, ne traeva conferma della sua estraneità a quel mondo. Se poi gli faí notare che una volta fu Baudelaire a scrivere (Scritti sull'arte, Einaudi) che la fuga dalla banalità è la quintessenza del dandy, Bobbio non si tira indietro e ammette due cose. La prima di essere stato in gioventù portato al dandismo. La seconda è che non fu un caso se si ritrovò a suo agio «in un partito di intellettuali senza masse come il Partito d'Azione». E se lo provocate ancora sul dandismo, che, a ben vedere, è anche molto peggio dell'elitismo, Bobbio reagisce così e vi passa un biglietto con sopra poche righe: «Non è forse, mio Signore, un caso che lei abbia sempre la puzza sotto al naso?/ Nient'affatto, Signore, lui rintuzza: E' l'Italia che puzza». Non sempre dunque gli azionisti si sono presi talmente sul serio da ignorare le ragioni per cui il loro partito dovette chiudere bottega proprio quando si inaugurava la storia dell'Italia repubblicana. In fin dei conti tutti loro, i Galante Garrone, i La Malfa, i Foa, i Valiani e tutti gli altri hanno sempre saputo perché si trovavano intorno tanta ostilità. Quello che è decisamente meno scontato è scoprire perché questa ostilità sia perdurata anche al venire meno della cosa stessa, oltre ogni ragionevole limite.
Di Bobbio vorrei dirvi tante cose. Quando sento parlare della sua «complicità» con il comunismo, mi chiedo che cosa sappia di lui chi ne parla in questo modo, e che cosa costui abbiano letto oltre ai corsivi di Baget Bozzo o di Antonio Socci. Questa gente resterebbe forse sorpresa, se avesse la pazienza di seguirci, perché scoprirebbe che questo detestato torinese, con il volto che ricorda un pennuto dal naso aquilino, era un uomo di passioni politiche, anche e senza dubbio, ed era dotato di un certo talento per il lavoro concettuale. Ma aveva un ethos del sapere che gli impediva di nascondere le difficoltà sotto il tappeto della retorica, che lo costringeva a rifiutare gli accomodamenti verbali e a seguire, quando necessario, la strada faticosissima di riaprire le contraddizioni che si pensavano già laboriosamente risolte. Chi non sa che cosa sia questo ethos del sapere, che vale per il diritto, le scienze politiche, la filosofia come per la biologia e la fisica nucleare, lasci perdere.
Di Giancarlo Bosetti. "La Repubblica 22 gennaio 2002"
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