
GIDEON LEVY
Dall'altra parte del muro
Insieme ad Amira Hass è uno dei pochi giornalisti israeliani che racconta la vita dei palestinesi sotto l'occupazione
SYLVAIN CYPEL, LE MONDE, FRANCIA. FOTO DI MIKI KRATSMAN
UNA SPINA NEL DESERTO". IL 25agosto, quando i mezzi d'informazione israeliani parlavano solo del "terremoto" prodotto dal "fallimento" della guerra in Libano, Gideon Levy aveva intitolato così il suo articolo settimanale sul supplemento di Ha'aretz. Un reportage da Shoka ("spina" in arabo), un misero villaggio della Striscia di Gaza. Qui, in un mese, mentre l'attenzione di tutto il mondo era concentrata sugli hezbollah, l'esercito israeliano ha ucciso 17 palestinesi.
Gideon parla con gli abitanti, descrive le loro case. Ognuna porta le tracce dei proiettili o delle cannonate israeliane. Muri crollati, sventrati - "una combinazione di distruzione e patetici tentativi di mantenere una parvenza di umanità". A Shoka il giornalista ha incontrato Hafez e Mussa Armelat, rispettivamente di 70 e 60 anni. Il fratello Suleiman era appena rimasto ucciso sotto un bombardamento. Aveva 50 anni. Con lui era morto anche Anas Abu Awad, 14 anni. Poi Gideon ha incontrato Yussuf, alla cui moglie era stato amputato un braccio. Nel dicembre 2000 Yussuf aveva già perso un fratello. "Tornava dalla preghiera. Ha lasciato dieci figli", racconta al giornalista.
Tre giorni prima Levy aveva descritto la vita quotidiana di questa gente, privata sotto il sole di agosto del 60 per cento dell'elettricità. Quando ne parla, la sua voce tradisce la disperazione: "Senza frigorifero è impossibile conservare il latte per i bambini". Secondo l'esercito il bombardamento delle centrali elettriche mirava a "disturbare l'attività delle reti ter-roristiche". Una "giustificazione penosa", commenta Levy. Israele controlla l'intera alimentazione elettrica dei Territori palestinesi. Se avesse voluto interromperla a Gaza, "bastava premere un interruttore".
Sono vent'anni che Gideon, settimana dopo settimana, racconta ai suoi connazionali "la realtà dei palestinesi sotto occupazione": le case bombardate, gli ulivi bruciati, i coprifuoco, le umiliazioni ai posti di blocco, i chilometri di strada in più da fare per andare a lavoro, per portare il figlio dal medico, per andare a trovare un amico. "Sarajevo", dice il giornalista, "è a Rafah". E lui ne sa qualcosa: durante la guerra di Bosnia il suo giornale l'ha inviato proprio lì. Che tanti israeliani possano paragonare Sderot - la cittadina colpita dai mortai artigianali costruiti a Gaza - a Sarajevo lo "disgusta".
In cinque anni a Sderot le cannonate palestinesi hanno causato due morti. Ce ne sono stati quasi tremila a Gaza. "Quasi duecento dopo la cattura del caporale Gi-lad Shalit il 25 giugno, di cui un terzo bambini. Ci sono persone uccise tutti i giorni, tre solo stamattina", ci spiega quando lo incontriamo, il 22 agosto. Basta andare nelle due città per sapere qual è la vera Sarajevo, spiega Levy. "Ma chi di noi va a Rafah?".
"La volontaria ignoranza della realtà dell'occupazione, l'autogiustificazione e la convinzione di essere le vittime", sono sentimenti condivisi dalla maggior parte degli israeliani, ed è contro "questo" e "a causa" di questo che Levy scrive. "Per fare in modo che nessuno possa dire: 'Non sapevo'". Quando verrà il tempo degli storici, si vedrà che lui, la sua collega Amira Hass e pochi altri "hanno fatto la cronaca dell'occupazione".
Gideon Levy si considera israeliano a tutti gli effetti. Un figlio di Tei Aviv l'industriosa, la laica, la gaudente. La "prostituta", dicono i religiosi. Sua madre è venuta dalla Cecoslovacchia, il padre dalla Germania nel 1939. Era un"vero" profugo, laureato in legge e diventato qui un venditore ambulante di dolciumi per sfamare la famiglia. Comunque Gideon ha potuto frequentare le migliori scuole pubbliche. Giovane laburista, nel 1978 è diventato portavoce di Shimon Peres per quattro anni.
Indifferenza
"Prima di andare nei Territori ero come tutti gli altri" - indifferente alla sorte dei palestinesi. Nulla sembrava spingerlo a diventare la voce scomoda della società israeliana. C'è stato qualcosa che lo ha attirato? Inizialmente dice di no, "di aver scoperto la coscienza sporca di Israele solo con il passare del tempo". Ma poi ammette che "sì, un motivo c'è stato".
Diventato un giornalista durante la prima intifada (1987-1993), un giorno un fotografo gli dice che una palestinese, andata a partorire in un ospedale di Gerusalemme est, era stata respinta in tre diversi posti di blocco. "Non ci ho creduto. Che ci siano dei sadici in un posto di blocco è possibile. Ma in tre no". Levy indaga, e scopre che è vero. Al terzo posto di blocco la donna aveva partorito nel taxi, poi aveva supplicato i soldati di portare almeno il figlio in ospedale. "Ma anche questo le è stato rifiutato". È dovuta andare a piedi. All'arrivo il figlio era morto.
"Allora ho capito che ci stava succedendo qualcosa di spaventoso. I nostri ragazzi non sono dei mostri. La maggior parte sarebbe disposta a mettere mano al portafoglio per le vittime di un terremoto in Messico. Perché allora quando si tratta di affrontare i palestinesi diventano così disumani? Perché la routine li corrode dentro. Li porta a dimenticare che gli arabi sono esseri umani come loro". Da allora ha cominciato a raccontare senza sosta "questo cancro che ci corrode, più minaccioso di qualunque terrorismo: l'occupazione di un altro popolo". Ma di una cosa è orgoglioso : in vent'anni di lavoro non è mai stato costretto a rettificare un suo articolo. La crisi scoppiata in Israele dopo il fallimento militare in Libano è secondo lui "una buona cosa". Dopo "sei anni di coma" dovuti all'intifada, 'la nostra società comincia a interrogarsi su se stessa". Tuttavia Levy teme che l'attuale mobilitazione finisca per avvantaggiare la destra radicale, "tanto è radicato in noi il folle culto della forza".
Levy, comunque, anche se non dimentica "quello che succede solo a un'ora" dalla sua amata Tei Aviv, non è "un denunciatore fanatico". Questo seduttore abbronzato e pungente non rinuncerebbe mai alla sua nuotata quotidiana in piscina né alla visita ai suoi caffè preferiti. Trova l'ultimo romanzo di Amos Oz "sublime" e legge "molta poesia". Per nulla al mondo lascerebbe Ha'aretz, dove si sente "molto solo ma del tutto a suo agio".
Dal 2004 questo franco tiratore è entrato nel comitato di redazione del giornale. Sentirsi "un'ultraminoranza", ma professionalmente "stimato", lusinga il suo ego. Tuttavia il fatto di essere israeliano gli provoca un "profondo senso di colpa": "Non posso sopportare che tanti atti inqualificabili siano commessi in mio nome". La solitudine gli pesa, ma meno dell'ostilità che suscita. Email del genere: "Grazie per il suo indispensabile sostegno", firmato "Adolf Hitler", sono il suo pane quotidiano. Ma questo giornalista è veramente così solo? Quando si cerca Gideon Levy su Google, si ottiene quasi un milione di risultati.
Biografia
1955. Nasce a Tei Aviv.
1978. Diventa portavoce di Shimon Peres.
1984. Comincia a lavorare per Ha'aretz.
1986. Scrive i primi reportage dai Territori occupati.
2006. Segue la guerra in Libano per conto del suo giornale.
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