ENZO BIAGI
C'era una volta Benadir
di Enzo Biagi
Così si chiamava la Somalia prima di divenire colonia italiana. Profumava di gelsomino. Ora ha solo odori acri di guerra e di morte

Un miliziano delle Corti Islamiche a Jowar
Quando, nel 1994, gli americani abbandonarono la Somalia, dopo l'uccisione di 18 rangers da parte delle milizie del generale Mohamed Aidid, Osama Bin Laden disse che quella partenza era la dimostrazione che gli Stati Uniti erano battibili. La Cia è tuttora convinta che gli attentatori delle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salam, provengono dalla Somalia.
Un anno dopo, esattamente il 2 marzo 1995, anche i caschi blu dell'Onu, dopo aver lasciato sul terreno 151 soldati, abbandonano. E i signori della guerra cominciano a darsi battaglia per il controllo dei porti e degli aeroporti e per realizzare i loro traffici. Per l'Occidente la spedizione nel paese africano è stata un vero fallimento.
Fu l'Italia, nel 1904, quando fece diventare quelle terre colonia, a chiamarla Somalia, prima si chiamava Benadir e ancora oggi noi siamo il paese con cui la Somalia intrattiene i suoi affari commerciali. Adesso, dopo 15 anni dalla caduta del regime di Siad Barre (che si rifugiò nel 1991 in Nigeria portandosi dietro 15 tonnellate d'oro), e dopo 14 governi, i Tribunali islamici, che raggruppano anche i fondamentalisti, comandano. Il 5 giugno scorso le loro milizie conquistano Mogadiscio mettendo in fuga i signori della guerra che, appoggiati dall'America, il 18 febbraio 2005 avevano fondato l'Alleanza per la ricostruzione della pace e contro il terrorismo.
Responsabili religiosi, militari e alcuni fanatici islamici, sospettati di avere legami con Al Qaeda, si sono messi insieme sotto l'etichetta Unione dei Tribunali islamici di Mogadiscio: sono i nuovi padroni della città, e non si capisce bene che cosa vogliono fare. Il loro leader, spirituale e politico, è lo sceicco Shek Cherif Shek Ahmad e l'ha incontrato un giornalista di 'Le Monde', Jean-Philippe Rémy. Nell'intervista lo sceicco somalo tenta di rassicurare, anche se la sensazione che stia per nascere uno stato talebano è forte. "Non si deciderà niente che non sia il riflesso della volontà del popolo", dice, poi aggiunge: "Se decidiamo di creare una Repubblica islamica il resto del mondo dovrà rispettare questa scelta". Conclude: "Ci sono dei luoghi dove tutti si mescolano, gli uomini e le donne. Guardano film, fumano hashish, bevono alcol. I cinema sono dannosi per la salute, dannosi per la società, dannosi per la nostra cultura". Per il popolo somalo, otto milioni, vita media di solo 48 anni, ancora una volta la violenza e la disperazione bussano alla porta.
Il 27 gennaio 1991 i ribelli erano entrati a Mogadiscio, mettendo fine alla dittatura di Siad Barre. Subito dopo tra i vincitori, Mohamed Aidid, che si nominò generale, e Alì Mahdi, che si proclamò presidente, scoppiò una guerra che causò circa 500 mila morti. In quel periodo, all'inizio del 1992, volai per due giorni consecutivi su un piccolo Piper da noleggio dall'aeroporto di Wilson, periferia di Nairobi, a Mogadiscio: atterrai su una striscia di terra battuta, vicino all'Oceano Indiano, che era stata trasformata in pista. C'erano solo un'antenna radio e una baracca. Sulla spiaggia qualche cormorano, e carcasse di carri armati che il sole stava distruggendo, ricordo di altre battaglie. Una camionetta con ragazzi dalle strane divise, che manovravano una mitraglia anticarro e agitavano dei Kalashnikov cimeli della fraterna amicizia di una volta con il popolo sovietico, ci stava aspettando. Erano la nostra scorta. A Mogadiscio la popolazione era composta di morti che camminavano, di mercenari, di ladri. Era la prima volta che incontravo la rassegnazione per la fine: un bambino morto su quattro.
Gli antichi egizi dicevano che questa 'è la terra degli dei', e un amico che là visse, nei 'giorni del colonialismo', che aveva combinato anche porcherie, ma mai quanto la libertà, mi raccontava che una volta l'aria profumava di gelsomino, mentre in quel periodo Mogadiscio era avvolta da un olezzo che opprimeva: materie in decomposizione e cose che marcivano. Avevano rubato anche le tubature, non erano capaci di aggiustare le pompe dei pozzi e il liquido che riuscivano a raccogliere abbondava di magnesio che agiva da lassativo su disgraziati già afflitti dalla diarrea. Merda ovunque.
Non c'era una casa che non fosse stata colpita dai mortai, o scheggiata dalle raffiche; altro non ho visto, non ricordo un cane o un gatto, e le belle ville che alloggiavano i ricchi bananieri, i diplomatici, i facoltosi mercanti, erano state demolite o svuotate: mattonelle, cessi, condutture elettriche, tutto si comperava, tutto si vendeva.
Dice un proverbio di quelle parti: "Chi ha un fucile domani comanderà".
Questo è il destino del popolo somalo.
Pubblicato da l'Espresso il 20 giugno 2006
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