ENZO BIAGI
Quella telefonata arrivata troppo tardi
di Enzo Biagi
Il mio pensiero in questi giorni è per Gemma Calabresi. Informata dai giornali della grazia a Bompressi
Non voglio essere una voce fuori dal coro e lo chiarisco subito. Sono d'accordo con il presidente Giorgio Napolitano, come lo ero con il presidente Carlo Azeglio Ciampi: è giusta la grazia ad Ovidio Bompressi e mi auguro che il nuovo ministro della Giustizia Clemente Mastella faccia, entro l'anno, le pratiche anche per Adriano Sofri. Se pluriassassini come Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Mario Tuti, tanto per fare qualche esempio, dopo essere stati condannati all'ergastolo, godono della semi libertà, cioè la galera come albergo per la notte, credo che, dopo la sentenza definitiva di condanna del gennaio 2000, nei confronti degli esponenti di Lotta continua ci sia stata tanta strumentalizzazione e accanimento politico.
Per quanto riguarda Adriano Sofri, poi, molti del centrodestra si sono trincerati dietro al fatto che lui non ha mai chiesto la grazia. Lo hanno accusato di peccare di orgoglio, il che può anche essere vero, ma non di mancanza di dignità: è stato condannato e sconta la pena.
Mi pare che le parole del senatore Gerardo D'Ambrosio, alla guida della Procura che indagò ai tempi sull'omicidio Calabresi, siano esemplari: "Non sono mai contrario alla grazia quando si tratta di fatti accaduti in un periodo storico superato, di uomini che non hanno più commesso reati e hanno maturato una personalità completamente diversa. In questi casi la pena è ingiusta e inutile".
Ricordo quel lontano 17 maggio del 1972 e la Milano di quei giorni: ho visto il dottor Calabresi, col maglione girocollo che si prestava a ironiche notazioni di cronaca, ricordo le angosce, i dubbi e le paure di allora. 'Pagherete caro, pagherete tutto' era un motto che circolava in quella stagione esaltata e crudele. E Lotta continua commentava la revolverata al commissario senza un'ombra di vergogna, un brivido di umanità: "Gli sfruttati riconoscono in quell'atto la propria volontà di giustizia". Io allora scrissi, e oggi lo riconfermo: "Anche tra gli aspiranti rivoluzionari ci sono degli imbecilli".
Nel nostro Paese siamo afflitti da troppi misteri e da armadi chiusi contenenti troppi segreti: bombe, treni, piazze, arrestati che volano dalle questure; ma talvolta, quando tutti tacciono, la coscienza parla.
Dopo la sentenza di condanna definitiva a Sofri e agli altri, ho intervistato Gemma Calabresi, la vedova del commissario ucciso, e con lei ho rievocato quella storia e quei drammi. Da alcuni giovani di Lotta continua il commissario era considerato il responsabile della morte dell'operaio anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della questura. Dopo alcune sentenze Luigi Calabresi fu dichiarato innocente, ma per molti era diventato un simbolo.
La signora Gemma, durante il nostro incontro mi raccontò quella drammatica mattina. Allora, due bambini piccoli e un terzo in arrivo, aveva 25 anni: "La memoria di quel giorno mi fa ancora venire i brividi. Vede, nelle aule di tribunale durante i processi, non si è mai parlato della mia sofferenza. Quando ci ripenso mi viene la tachicardia e sto ancora male. È stato un dolore dilaniante, quasi disumano. Ho veramente sofferto, in quel momento mio marito era al primo posto nella mia vita. Purtroppo devo dire che morendo si è portato via un pezzo di me, qualcosa di mio è morto insieme a lui. C'è qualcosa che da allora non mi è mai stata restituita". "Che cosa?". "La spensieratezza". "Ai suoi ragazzi lei dice chi era il loro padre?". "Era un uomo onesto, con una grandissima fede e che sapeva amare: gli amici, la famiglia. Quando i bambini erano in culla lui leggeva loro le poesie di Trilussa". "Com'era la vita di suo marito?". "Nell'ultimo periodo lo vedevo davvero poco. Erano anni di paura e di tensione. C'erano le Br, lui rincasava alle due di notte oppure usciva alle cinque del mattino per le perquisizioni. Appena aveva un minuto era per i bambini".
Quel giorno di sei anni fa, alla fine dell'intervista, le chiesi: "Si può perdonare una storia come questa?". Lei mi rispose: "Sì, si può. Io stento a credere alle persone quando lo dicono così per dire. Forse lo concedono con la mente, con la bocca, ma non con il cuore. Perché è difficilissimo. Io ho perdonato Leonardo Marino, perché lui lo ha chiesto, perché ha patito moltissimo, perché è veramente ravveduto. E desiderava la mia assoluzione". "E con gli altri?". "Con gli altri c'è un altro atteggiamento, non lo chiedono e non lo vogliono. Io sono cattolica e penso che nella vita, anche se mi è stato tolto molto, mi è anche stato dato molto. Ho ancora la gioia di vivere, avvolta da tanto amore, perché la mia è una famiglia molto grande, con tanti fratelli e sorelle. Per questo rispondo che si può perdonare, anche se ci sono momenti di rabbia".
In questi giorni il mio pensiero va alla signora Gemma Capra vedova Calabresi, che non doveva essere informata dai giornali della grazia concessa a Ovidio Bompressi e quella telefonata, fatta il giorno dopo, doveva arrivare, invece, il giorno prima.
Pubblicato da l'Espresso il 12 giugno 2006
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