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Enzo Biagi

ENZO BIAGI

Un ricordo di Montanelli

Un solitario di compagnia
di Enzo Biagi

Una volta dissi a Montanelli: «Se dovessi descrivere in poche parole che tipo sei, cosa diresti?». Sono andato a ripescare la risposta: «Non c' è dubbio. Uno al quale sta molto a cuore il successo. A cui piace essere in sintonia col pubblico. Non ho mai dimenticato il consiglio di un collega americano, Webb Miller: "Scrivi in modo che ti possa leggere un lattaio dell'Ohio". Io rifiuto la tecnologia cogliona. Bisogna demolire la costituzione mafiosa della nostra società. Credo di avere fatto qualcosa in proposito.

Il gusto dell' azzardo, la battuta, adopero tutto quello che mi serve per catturare l'attenzione, la simpatia di chi mi legge». Ci riusciva. Per lui il buon risultato era il sorriso di un passante, l' oste che gli trovava il tavolo, ma niente, sospirò, «riesce a cancellare certe profonde tristezze, il mio bisogno di solitudine e di raccoglimento. Ho sempre presente la precarietà di quello che sono, di quello che faccio. Non resta nulla del nostro lavoro: in questo Paese quando uno muore, muore per sempre». Tutto, nella sua vita, è stato insolito: dalla bravura al nome. Lo pretese suo padre, che non era da meno: Sestilio. «Ma che cosa ha di speciale?» diceva qualcuno di Indro. A pensarci bene, niente. Scriveva degli articoli che erano letti e dei libri che si vendevano.

Avrebbe potuto essere dieci volte onorevole e magari anche ministro (disastro scampato) ma nonostante la trovata imprevedibile e gli umori variabili era anche timido. E poco socievole; Longanesi diceva che andava in mezzo agli altri per sentirsi più solo. Nato nella terra delle beffe, discendente di quei toscanacci, come il Boccaccio o Cellini, che diventavano matti per raccontare qualche tiro burlone, e ancora di più per inventarlo, era nella realtà una persona gentile, spesso alle prese con un temperamento malinconico. Credo che nella sua esistenza ci sia stata una sola passione esclusiva: il giornalismo.

Ma non ha mai ceduto a quelle diffuse tentazioni che sono l' invidia, l' avidità, l' intrigo o la furbizia.

Quando sbagliava era sempre per eccesso. Mai, però, in malafede. Aveva vissuto quattro o cinque guerre: Etiopia, Spagna, Finlandia, Norvegia, e poi tutto il resto, e non so quante rivoluzioni. Torna da Addis Abeba, vede le rappresaglie di Graziani esasperato da un attentato, e ha il primo disincanto del fascismo. Torna da Budapest, e tra le barricate cadono anche molti suoi pregiudizi: con splendide corrispondenze delude quelli che si aspettano di vederlo a braccetto col principe Esterhazy o in ginocchio davanti al cardinale Mindszenty, e spiega il dramma e le ragioni dei rivoltosi.

Dicevano che era un liberale o un conservatore: ma se aveva qualche simpatia era per gli anarchici. Quelli veri. Ogni tanto cambiava opinione: non per calcolo ma per slancio. Non si aggregava, e non mutava gabbana: sempre la stessa. Cambiava itinerario, perché gli pareva più giusto. L'offesa più cattiva che gli ho sentita pronunciare: «Gli è un bischeraccio». C'è nel giudizio un fondo di cordialità. Un polemista lo definì «un ovvio di genio». Montanelli non si offese: «In qualche momento» disse «un discorso equilibrato diventa quasi coraggioso. Basterebbe parlar male del questore. Ma lo fanno tutti, anche perché lui non può rispondere». Non lo fanno più: prudenza.

24 luglio 2001

 

 

 

 

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