Welfare addio
29 MAGGIO 2003 - SPESA SOCIALE / L'IMPASSE ITALIANA
Welfare addio
Tagli alle pensioni. Alla sanità. Alla scuola. In cambio di riforme che faticano a decollare. Tra risse politiche e piani irrealizzabili.
Di Luca Piana
il più preoccupato dai tagli allo stato sociale dovrebbe essere Angelo Brancaccio, da dieci anni sindaco di Orta di Atella. In questo paesone di 12 mila persone tra Napoli e Caserta, con un disoccupato ogni lavoratore attivo, la metà della popolazione incassa l'assegno del cosiddetto reddito minimo d'inserimento, una delle principali misure di sostegno ai poveri sperimentata dai governi di centrosinistra. Ora però, dopo un periodo di proroga, il ministro del Welfare, il leghista Roberto Maroni, ha deciso di mettere fine a quella che ritiene una festa immotivata, chiudendo i rubinetti.
Nell'applicate la giustizia padana, Maroni ha pestato qualche callo anche ai suoi alleati di governo, visto che fra i primi a protestare si sono schierati Paolo Agostinacchio di Alleanza nazionale, sindaco di Foggia, nonché il primo cittadino di Catania, l'azzurro Umberto Scapagnini, noto anche come medico personale del premier Silvio Berlusconi. Purtroppo, con i tagli di Maroni, ci rimetteranno anche i tanti fra i 300 comuni inseriti nel progetto, che la sperimentazione del reddito minimo l'hanno fatta sul serio. L'assegno, per loro, non è stato solo un sussidio a pioggia ma un intervento per favorire il recupero sociale. Così a Massa, in Toscana, sulle 687 persone coinvolte, 186 hanno potuto riprendere gli studi per ottenere la licenza elementare o quella media, mentre altri 181 hanno seguito corsi di formazione di vario tipo. "Spesso si trattava di persone vicine all'esclusione sociale, che grazie al sostegno hanno potuto assumersi nuovi impegni", sostiene Elena Cordoni, deputata diessina della Versilia.
Il dubbio che agita i rapporti fra governo opposizione non riguarda però solo la mesta t del reddito minimo. In ballo, dicono i più preoccupati, ci sarebbe il destino dell'intero sistema de stato sociale, quel meccanismo di protezione che dalla scuola alla sanità, dal sostegno per i poveri quello per i disoccupati, che il governo di centro-destra avrebbe messo nel mirino per creare nuovi spazi di bilancio allo scopo principale degli slogan berlusconiani, la riduzione delle tasse. E, anche in senso stretto non ne fa parte del Welfare, il primo obiettivo sarebbe quello delle pensioni.
Riforma con incognita. Il governo Berlusconi si muove su due piste, una domestica e una europea. La prima è quella di una mini riforma impostata dal ministro Maroni, oggetto di una specifica legge delega attualmente in discussione. Tre le principali novità: l'obbligo di versare l'intero Trattamento fine rapporto (Tfr), la vetusta ma sempre molto amata liquidazione, ai fondi pensione; nuovi incentivi per andare in pensione più tardi, con lo scopo di far diminuire la spesa previdenziale; una riduzione dei contributi versati dalle imprese (di 3-5 rispetto al 33 per cento attuale) per i neoassunti, che però avrebbero diritto lo stesso a una pensione piena, grazie alla copertura dello Stato.
Questi cambiamenti non convincono i più: «Gli incentivi non funzionano: a quelli pensati dal governo di centro-sinistra hanno aderito solo 937 persone», osserva Giuliano Cazzola, un esperto di previdenza che lo stesso Maroni ha inviato Bruxelles come suo rappresentante nel Comitato di protezione sociale. Se però la mini-riforma non è capace di intaccare la spesa, rischia di nascondere una trappola per le generazioni future: il conguaglio della pensione per chi ha versato meno contributi sarà a carico delle tasse di tutte i cittadini. Che dovranno così ripagare il favore fatto oggi alle imprese.
Chi sostiene che in Italia la questione previdenziale è una bomba sempre pronta a esplodere, non sarà certo soddisfatto da queste misure: «Le pensioni sono sempre a rischio: un qualsiasi governo che si ritrovasse nei guai con i conti pubblici non potrebbe fare altro che intervenire», sostiene Cazzola, che propone, per far fronte all'invecchiamento della popolazione, un graduale innalzamento dell'età pensionabile, dai 57 anni attuali fino ad almeno 62. Chi potrà farsi carico di un provvedimento tanto impopolare? L'Unione europea, è l'idea di Berlusconi che, all'inizio di aprile, durante un talk show a sorpresa organizzato dalla Confindustria, ha lanciato la proposta di una Maastricht delle pensioni.
Si vedrà se la strada europea darà qualche frutto. Intanto, mentre il dibattito si concentra su quanto costa la previdenza alle casse dello Stato, nessuno parla di un problema forse maggiore. Le pensioni dei lavoratori più giovani, spesso precari, che già vengono calcolate secondo il sistema contributivo della riforma Dini del 1995, in futuro offriranno una copertura ridottissima, nei casi peggiori limitata al 30 per cento dell'ultima retribuzione.
«Oggi la preoccupazione maggiore riguarda i lavoratori atipici, che percepiranno una pensione molto bassa», dice Rocco Familiari, commissario straordinario dell'Inpdap, l'istituto di previdenza dei dipendenti pubblici, secondo il quale per affrontare questa drammatica situazione occorre piuttosto «aumentare le risorse disponibili, per sostenere un sistema sociale attualmente insostituibile».
L'eccezione nostrana. Il nostro Paese spende meno della media europea nel sociale, e soprattutto riserva gran parte delle risorse alle pensioni, tralasciando tutto il resto. I governi del centrosinistra avevano tentato di aggiustare la rotta introducendo una serie di strumenti come il reddito minimo tanto apprezzato a Orta di Atella, i contributi per gli affitti e per i libri di testo nelle scuole, gli assegni di sostegno per le famiglie numerose e per le mamme.
«Il risanamento dei conti pubblici, in quegli anni, non è stato fatto solo di tagli: è stata rimessa in discussione la coalizione della rendita», dice la diessina Laura Pennacchi, sottosegretario al Tesoro nei primi due governi dell'Ulivo, riferendosi, fra l'altro, alle posizioni di privilegio intaccate dalle riforme previdenziali di Dini e Prodi.
Il giudizio sui risultati di quegli interventi oggi non è condiviso da tutti. Maroni ad esempio ha cancellato il reddito minimo, annunciando con il Patto per l'Italia firmato da Cisl e Uil un nuovissimo «reddito d'ultima istanza», tuttora in fase di studio. «Non vogliamo misure assistenzialistiche: se avessimo speso i soldi del reddito minimo in un altro modo, forse sarebbero stati più produttivi», sostiene la senatrice aretina Maria Grazia Sestini, sottosegretario in quota Forza Italia al Welfare, secondo la quale «l'ultima istanza» di Maroni dovrà essere collegata alle altre misure già in atto, dalle pensioni d'invalidità agli ammortizzatori sociali per chi perde il lavoro.
Tuttavia, il punto critico con cui il governo dovrà confrontarsi è la mancanza di fondi. Tito Boeri e Roberto Perotti hanno calcolato in un recente libro ("Meno pensioni, più Welfare") che l'estensione dell'indennità di disoccupazione, annunciata proprio nel Patto per l'Italia della scorsa estate, costerà molto più dei 700 milioni di euro stanziati dal governo. Se poi la riforma degli ammortizzatori sociali fosse fatta con maggiore equità, senza proteggere solo i lavoratori più sindacalizzati, i costi esploderebbero. Ecco perché, in un articolo successivo, i due economisti hanno bocciato il libro bianco sul Welfare presentato dal governo. Dove si preannunciano grandi piani ma poche spese, a cominciare da un «piano straordinario per riconoscere il diritto al minore di vivere in famiglia», un «tavolo di consultazione nazionale per la gioventù», un «programma complessivo d'intervento finalizzato all'integrazione dei soggetti deboli», un «programma straordinario per la disabilità».
«Il libro bianco», ribatte Sestini, «contiene solo alcune priorità: i soldi seguiranno». Nell'attesa, tuttavia, al governo tocca anche far fronte ai reclami di Regioni e Comuni. Lo stato sociale, infatti, non è solo sussidi di disoccupazione ma anche servizi per la vecchiaia, per i disabili, per l'infanzia. Le richieste arrivano dappertutto, non solo dal Sud ma anche dalle città più ricche, strangolate dal caro affitti. Come Milano, dove i Ds chiedono di utilizzare i soldi dell'Ici per costruire 60 mila alloggi. «Non chiediamo più soldi, vogliamo che sia riconosciuta la nostra autonomia fiscale e finanziaria e che sia fatta chiarezza sullo stato dei conti pubblici», afferma il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, che da presidente dell'Anci, l'Associazione dei comuni italiani, si prepara ad affrontare un nuovo taglio ai trasferimenti dal governo centrale, una posta che vale dieci miliardi di euro.
Domenici sostiene di essere riuscito quest'anno a non tagliare i servizi, senza toccare l'Ici, come hanno fatto molte altre città, ma intervenendo ad esempio sulle tariffe per la raccolta rifiuti. Per il futuro il sindaco pensa però a un «contributo di scopo», una specie di ticket per i turisti con il quale finanziare i costi che l'invasione giornaliera di visitatori scarica sulla città. Liberando così risorse per i servizi minacciati dal bilancio.
Salute senza soldi. I cittadini italiani ormai non sono tutti uguali di fronte alla Sanità. La decisione della scorsa estate di lasciare a ogni Regione maggiori poteri sulla spesa, a fronte dell'impegno a riequilibrare i conti, ha spinto ogni governatore a scegliere una personale strategia di difesa. Sono fiorite così le più diverse tasse locali, ticket sui farmaci, sulle analisi e sugli interventi.
Si va dal piccolo caso degli antistaminici, gratis per gli allergici toscani ma a pagamento altrove, ai ticket da centinaia di euro. Tutto questo non è tuttavia servito a tappare il disavanzo della Sanità, che nel 2002 è stato per il 60 per cento accumulato da appena quattro Regioni: Lazio, Lombardia, Campania e Sicilia. Il prezzo di queste politiche rischia di comportare la rinuncia ad ampie fette di prestazioni: «L'incremento delle risorse per il 2002 e il 2003 si è fermato al 4 per cento l'anno, mentre negli anni precedenti non si era mai scesi sotto il 6 per cento», spiega Enrico Rossi, assessore toscano alla Sanità, secondo il quale il buco totale della Sanità rischia di arrivare a dieci miliardi di euro. «In questo modo», osserva Rossi, «anche se molte Regioni si danno da fare, il federalismo del governo rischia di trasformarsi in un semplice abbandono».
La crisi ha travolto i programmi non solo degli ospedali, ma anche il progettato rafforzamento dell'assistenza sul territorio che avrebbe dovuto alleviare i costi generali. «Tutti i nodi sono venuti al pettine: dalla mancanza di assistenza per i malati cronici e per chi non è più autosufficiente, alla tutela della salute mentale, per cui servirebbe costruire nuovi alloggi in tutte le città», osserva Stefano Inglese del Tribunale nazionale del malato - Cittadinanza attiva. E la crisi delle risorse, oltre ad avere aspetti drammatici, ne ha qualcuno paradossale:«II fondo sociale», spiega Inglese, «che avrebbe dovuto servire per finanziare progetti di assistenza, è stato depauperato già a partire dallo scorso anno, quando diversi milioni di euro sono stati spostati per la prevenzione della mucca pazza»
. Buoni in classe. Lombardia e Veneto hanno aperto la strada, il prossimo anno forse toccherà ad altri, ma il ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti, si è mostrata una loro sostenitrice a tutto campo: sono i discussi buoni scuola, lo strumento con il quale la Regione o lo Stato finanziano la possibilità per tutti di scegliersi la scuola, pubblica o privata che sia.
In Lombardia e Veneto le Regioni versano per le famiglie che ne hanno diritto una somma che va rispettivamente da 206 a 2 mila 65 euro e da 200 a 1.200 euro. Secondo l'analisi dell'economista Tullio Jappelli pubblicata sul sito "lavoce.info", questo meccanismo tende a escludere le famiglie con i figli della scuola statale, dove le spese sono inferiori ai limiti fissati.
«La soglia di reddito proposta in Lombardia e Veneto include anche quelli medi e medio alti, mentre all'estero ai buoni accedono esclusivamente o prevalentemente famiglie con basso reddito», scrive Jappelli, secondo cui il confronto con altre
esperienze internazionali suggerisce «di abolire o riformare alla radice i programmi che sono stati adotta ti in Italia».
Gli umori, nella scuola pubblica, restano cattivi, nonostante il contratto nazionale appena firmato: «L'Italia è il Paese che spende meno per l'istruzione in tutta Europa», dice Massimo Di Menna, segretario generale della Uil Scuola. A suo avviso «con i nuovi tagli effettuati la qualità della scuola rischia di peggiorare ulteriormente: gli insegnanti delle scuole elementari, con l'avvio da settembre della sperimentazione, si troveranno con classi di 30-40 studenti, senza alcun sostegno per i ragazzi con problemi gravi».
ha collaborato Davide Vecchi
13 gennaio 2006