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Le Leggi vergogna
LE ROGATORIE

Il 12 maggio 2000, nell'aula del processo Sme-Ariosto, l'avvocato Filippo Dinacci, che difende il Cavaliere insieme agli avvocati-deputati Pecorella e Ghedini, chiede al Tribunale di Milano di cestinare tutti gli atti giunti per rogatoria dall'estero.
Secondo il legale, i documenti sarebbero inutilizzabili perché «manca il numero di pagina», oppure perché si tratta di «fotocopie semplici» senza «specifica certificazione di conformità».

I giudici, alla luce dei trattati internazionali e delle prassi europee consolidate da decenni, respingono l'istanza.
Ma il 3 agosto 2001, appena vinte le elezioni, i parlamentari forzisti Marcello Dell'Utri, Lino Jannuzzi e Paolo Guzzanti presentano un emendamento alla ratifica della convenzione italo-svizzera sulle rogatorie, modificando il Codice di procedura penale sulla falsariga dell'eccezione presentata dall'avvocato Dinacci e bocciata dal Tribunale.

La nuova legge è approvata a tappe forzate il 3 ottobre 2001. Risultato, almeno sulla carta: sono da rifare circa 7 mila rogatorie (252 inoltrate alla Svizzera dal pool Mani Pulite e ancora pendenti, 810 per delitti di mafia, 1045 per traffico di droga, 746 per corruzione e 66 per delitti di terrorismo).

Le nuove norme prevedono, fra l'altro, l'inutilizzabilità di tutti gli atti recapitati dalle autorità giudiziarie straniere che non siano «in originale» oppure «autenticati» con apposito timbro, pagina per pagina.
Non solo: qualunque documento trasmesso via fax, o via mail, o brevi manu, o in fotocopia, o con qualche lieve irregolarità formale, o direttamente da giudice svizzero a giudice italiano senza passare per i ministeri degli Esteri e della Giustizia, è sanzionato nella forma più grave: l'inutilizzabilità.

Anche se l'imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, le carte estere - documenti bancari, verbali di interrogatorio e di perquisizione, perizie tecniche e così via - finiscono nel cestino e si deve ricominciare tutto da capo (ammesso che, nel frattempo, la banca o l'autorità straniera non abbia distrutto la documentazione).

Se poi queste carte sono l'unica prova a carico di un imputato, questi dev'essere assolto.
E se sono l'unico elemento in base al quale una persona è detenuta, scatta la scarcerazione.
Si gioca, poi, sull'espressione «in originale», sommamente equivoca.
Lo spiega il procuratore generale di Ginevra, Bernard Bertossa:
«È impossibile trasmettere l'originale di un estratto conto bancario: ciò di cui disponiamo è sempre un tabulato stampato, cioè una copia. L'originale è l'hard disk della banca, e quello non possiamo proprio trasmetterlo all'Italia...».

All'articolo 18, l'ultima e decisiva innovazione: «Le disposizioni della presente legge si applicano anche ai procedimenti in corso».

Cioè alle indagini, alle udienze preliminari, ai dibattimenti di primo, secondo e terzo grado iniziati con le vecchie regole.
Per la prima volta, in decenni di storia del diritto, viene disatteso il principio latino «tempus regit actum» (non si cambiano le regole a partita iniziata) che presiede a ogni riforma di procedura.

La riforma è retroattiva per poterla applicare ai processi «toghe sporche» contro Berlusconi e Previti.

Giuliano Ferrara ammette sul Foglio: «C'è un interesse a proteggere il presidente del Consiglio dietro la grinta con cui la maggioranza si è battuta per far passare questo testo? Sì. C'è un interesse politico. Altro che cavilli».

L'Economist parla di «interessi personali» del Cavaliere.
Il Los Angeles Times lo accusa di «favorire i terroristi». Bertossa definisce la nuova legge «una catastrofe per la giustizia internazionale».
Durissime le critiche del presidente del Tribunale internazionale dell'Aja Carla Del Ponte, del giudice spagnolo Baltasar Garzón, del francese Renaud Van Ruymbeke, del presidente della Corte d'Appello di New York Guido Calabresi.

E, naturalmente, dei più noti magistrati italiani di ogni corrente e sede. Borrelli promette: «Cercheremo di neutralizzare sul piano interpretativo gli effetti più devastanti della legge».
Alla Camera e al Senato lo scontro è furibondo.
Berlusconi sostiene che «la legge si è resa necessaria perché negli ultimi 10 anni alcuni giudici hanno usato prove alterate o che non corrispondono al vero... fotocopie senza nessuna garanzia di autenticità».
Il capo dei senatori forzisti Renato Schifani accusa i giudici di aver istruito processi «sulla base di prove false».

Il ministro Bossi parla addirittura di «condanne fondate su carta da pacchi trasmessa via fax».

La Svizzera protesta, il ministero della Giustizia di Berna chiede spiegazioni al governo italiano, poi blocca le procedure post-ratifica del trattato del '98.
Molti giudici elvetici si ribellano e congelano le rogatorie ancora inevase, negando sdegnosamente di aver mai inviato carte false ai colleghi italiani.

Il ministro Castelli licenzia cinque magistrati del suo ufficio legislativo che avevano espresso parere contrario alla riforma. Il giudice Piercamillo Davigo lascia polemicamente l'incarico di consulente della commissione ministeriale sulle convenzioni internazionali.

Il 4 ottobre 2001 la legge sulle rogatorie, approvata il giorno 3, viene trasmessa a Palazzo Chigi per la firma di Berlusconi. Ventiquattr'ore dopo è già sul tavolo del capo dello Stato.

Ciampi ha un mese di tempo per firmarla, ma lo fa subito, in un batter d'occhio, verso le 15. Poi telefona a Berlusconi per dargli l'annuncio. Il giorno dopo, sabato 6 ottobre, la legge viene stampata in tutta fretta sulla Gazzetta ufficiale.

Di solito, per pubblicare una legge, occorrono in media dai 30 ai 60 giorni, ai quali se ne aggiungono sovente altri 15 di vacatio legis. Per quella contro le rogatorie, nulla di tutto questo.
Il 9 ottobre, al processo Previti, i difensori la usano subito per chiedere di cestinare tutti gli atti giunti dall'estero.

Commenta sarcastico Armando Spataro, membro del Csm: «L'avvocato eccepisce, il Tribunale respinge, la Camera approva».

Berlusconi tenta di rassicurare gli italiani e i partner europei, impegnati proprio in quei giorni a serrare i ranghi della cooperazione giudiziaria internazionale contro i canali di finanziamento occulto del terrorismo: «Con questa legge non succede niente, nessuno esce dal carcere».

Ma pochi giorni dopo, a Varese, un uomo di nome Giovanni Pozzi, arrestato con l'accusa di riciclare denaro sporco per il clan Caruana fra l'Italia e la Svizzera, viene scarcerato. Il governo, imbarazzato, replica che la norma non c'entra: è stato un errore dei giudici varesini.

Senonché Previti chiede subito ai giudici del processo Sme di applicare la legge sulle rogatorie come i loro colleghi di Varese. Il Tribunale di Roma contesta la costituzionalità della riforma davanti alla Consulta.
Altri, come quello di Milano, fanno invece prevalere sulla nuova normativa i trattati e le prassi internazionali degli ultimi trent'anni.
E stabiliscono che, per certificare l'autenticità delle carte giunte per rogatoria, basta la lettera di accompagnamento firmata dal giudice straniero che le ha trasmesse.
Così si salvano centinaia di processi. «Il Tribunale di Milano calpesta una legge del Parlamento per condannare a tutti i costi Berlusconi», insorge la Cdl a una sola voce.
Ma la stessa interpretazione l'hanno data i Tribunali di Napoli e Torino.
E via via tutti gli altri in Italia. Ma nessuno sembra accorgersene. Anzi, Castelli minaccia un'ispezione al Tribunale di Milano.
Poi fa scrivere da Augusta lannini, la moglie del giornalista Bruno Vespa appena nominata direttore generale degli Affari penali del ministero, una circolare a tutti i capi degli uffici giudiziari, preannunciando con¬seguenze disciplinari per i magistrati che non osservino pedissequamente la nuova legge sulle rogatorie.

Il 5 dicembre 2001, visto che la legge sulle rogatorie è risultata inapplicabile alla luce della giurisprudenza e i processi contro Berlusconi e Previti non sono saltati, la maggioranza della Cdl al Senato approva una mozione programmatica sulla giustizia in 12 punti, introdotta da un preambolo che censura esplicitamente le inchieste del pool su Berlusconi e le ordinanze della I e della IV sezione del Tribunale di Milano su una sentenza della Consulta e sulle rogatorie.

Lo scontro istituzionale è senza precedenti. Mai, neppure sotto il fascismo, il Parlamento italiano aveva censurato i provvedimenti di un tribunale italiano.

Infatti la mozione suscita l'immediata protesta scritta di 300 docenti di diritto (fra i quali moltissimi avvocati) di 25 università italiane, che definiscono «false» le accuse al Tribunale di Milano a proposito della sentenza della Consulta e delle rogatorie, «plausibili alla luce del diritto vigente» le decisioni dei giudici milanesi e «grave e intimidatoria» la mozione del Senato, «un evento mai verificatosi nella storia parlamentare dell'Italia unita, che mette a repentaglio le stesse fondamenta dello Stato costituzionale». La giunta delPAnm, con il suo presidente Giuseppe Gennaro, si dimette in blocco, protestando
contro quella «risoluzione in contrasto con il modello di giurisdizione e di assetto dei poteri disegnato dalla Costituzione».

L'Anm si era sciolta soltanto un'altra volta: nel 1924, dopo il delitto Matteotti e la svolta autoritaria di Mussolini. Quello dei senatori della maggioranza è un chiaro abuso di potere, tantopiù che la Corte di Cassazione, di lì a poco, confermerà che i tribunali fanno benissimo a disapplicare le norme sulle rogatorie, in quanto queste violano apertamente i trattati e le prassi internazionali. Almeno questa legge vergogna, dunque, non produrrà altri effetti.

 

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