Le Leggi vergogna.
IL FALSO IN BILANCIO
Falso in bilancio-1
Il primo atto della Casa delle Libertà al governo è, il 28 settembre 2001, la legge delega per la riforma del falso in bilancio.
In dieci giorni viene riscritto l'articolo 2621 del Codice civile, norma approvata a tempo di record grazie anche all'«infortunio» del capogruppo Ds alla Camera Luciano Violante, che ha chiesto addirittura la «procedura d'urgenza» per il dibattito in aula.
Relatori due forzisti: Giorgio La Malfa (condannato definitivamente per la tangente Eni-mont) e l'avvocato Gaetano Pecorella, difensore del premier imputato per falso in bilancio e presidente della commissione Giustizia.
Dà una mano con preziosi emendamenti l'altro onorevole avvocato di Berlusconi, Niccolo Ghedini.
L'Economist parla di «una legge di cui si vergognerebbero persino gli elettori di una repubblica delle banane».
Tre, sostanzialmente, le novità rispetto al passato (alcune delle quali già contenute nel progetto Mirone presentato dall'Ulivo nella precedente legislatura):
a)II falso in bilancio, da reato «di pericolo» (per i soci, ma soprattutto per il mercato, i creditori, i fornitori, gli investitori e i concorrenti), diventa un reato «di danno» (se non danneggia i soci o i creditori, non è più reato: ma chi falsifica i bilanci per pagare tangenti lo fa per avvantaggiarli, i soci, conquistando illegalmente nuove fette di mercato). E le pene massime, già lievi, scendono ancora: per le società quotate, da 5 a 4 anni, e per le non quotate addirittura a 3 anni. Niente più intercettazioni né custodia cautelare, nemmeno nelle ipotesi aggravate. Prescrizione ancor più rapida di prima (il termine massimo passa da 15 a 7 anni e mezzo per le quotate e addirittura a 4 e mezzo per le non quotate).
b) Per le società non quotate, il falso in bilancio sarà perseguibile solo a querela di parte (azionisti o creditori). Per le quotate, invece, anche d'ufficio. Così, paradossalmente, se il reato danneggia i soci (ipotesi più grave), sarà perseguibile soltanto se qualcuno lo denuncia (cosa che non avviene mai); se invece non cagiona danni (ipotesi meno grave), la magistratura se ne potrà occupare sempre, anche se nessuno l'ha investita (sia pur con pene irrisorie e prescrizione fulminea). In ogni caso, fra attenuanti e sconti vari, ogni pena detentiva sarà sostituibile con una piccola multa. «Stabilire la perseguibilità del falso in bilancio a querela dell'azionista - ironizza il giudice Piercamillo Davigo - è come stabilire la perseguibilità del furto a querela del ladro.»
c) II falso non è più punibile sotto alcune «soglie quantitative». Chi tace a bilancio fino al 5 % del risultato d'esercizio (calcolato sull'utile prima delle imposte), fino al 10% delle valutazioni, fino all’ 1 % del patrimonio netto della società (che comprende immobili, beni immateriali, partecipazioni, ammortamenti, utili, brevetti, magazzini) non rischia più nulla.
Così, mentre gli Stati Uniti sono sconvolti dai crac di Enron e Worldcom, due mega-scandali di bilanci falsi, e inaspriscono le relative pene, nell'Italia degli scandali Cirio e Parmalat si va alla deregulation pressoché totale.
Secondo i calcoli de L'espresso, l'Enel potrà stornare 191 milioni di euro (quasi 400 miliardi di lire) all'anno, la Pirelli 241, l'Eni 408, il San Paolo-Imi 105, la Fiat 79, la Fininvest 41.
Cifre che, prese singolarmente, basterebbero a mantenere tutti i partiti politici italiani: basti pensare che la Tangentopoli più cospicua, quella dei fondi neri Eni, ammontava a circa 500 miliardi di lire accumulati in diversi anni.
Ora la stessa società può accantonare il doppio, per giunta in un solo anno, senza rendere conto a nessuno. «È la modica quantità di falso in bilancio - scherza ancora Davigo - magari per uso personale, come per la droga.»
Gli effetti della legge sono paradossali.
Chi, come la Telecom, è quotato anche a Wall Street si trova in una situazione grottesca: a Milano Tronchetti Provera potrebbe impunemente creare provviste extrabilancio da centinaia di milioni di euro. Ma, una volta messo piede a New York, rischierebbe fino a 25 anni di carcere. Lì infatti, in seguito agli scandali finanziari, i numeri uno delle grandi aziende sono tenuti a giurare sulla veridicità dei loro conti, con pene severissime per chi giura il falso.
Tutto questo per il governo italiano non conta.
Grazie alla sua riforma, il Cavaliere ottiene la prescrizione nel processo per l'acquisto da parte del Milan del calciatore Gianluigi Lentini (10 miliardi versati in nero al Torino) e in quello per i fondi neri utilizzati per pagare nel 1991 una maxi¬mazzetta da 23 miliardi di lire a Bettino Craxi.
E risolve anche la questione più spinosa: il dibattimento per i falsi nel bilancio consolidato del suo gruppo. Il 26 settembre 2005 il Tribunale di Milano, dove si tiene il processo Ali Iberian 2 per circa 1500 miliardi di lire di presunti fondi neri accantonati all'estero dalla Fininvest, assolve Berlusconi
«perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato». Ciò è perché l'imputato lo ha, nel frattempo, depenalizzato.
Grazie alla riforma, si salvano anche il fratello Paolo, il cugino
Giancarlo Foscale e vari manager del gruppo, tra cui Fedele Gonfalonieri e Adriano Galliani.
Falso in bilancio-2
Dopo gli scandali Parmalat e Cirio, maggioranza e opposizione sembrano voler correre ai ripari.
A partire dal 2003, per due anni, si discute in Parlamento la cosiddetta «legge sul risparmio».
Dopo che le nuove norme sul falso in bilancio hanno permesso a Berlusconi e ai suoi collaboratori di uscire indenni dai processi, la Casa delle Libertà medita una mezza marcia indietro.
Risolti i problemi del premier, non c'è più ragione per tenere in piedi una riforma criticata in tutto il mondo.
Così, nell'autunno-inverno 2005, il Senato modifica la legge sul risparmio inasprendo le pene per il falso in bilancio.
Se anche la Camera darà il suo assenso, si tornerà di fatto alla normativa pre-2002: niente più «modica quantità» di fondi neri e pene relativamente severe.
Il 7 dicembre 2005, però, nuovo colpo di scena.
Dopo un vertice di maggioranza, il governo cambia idea: il falso in bilancio «light» non si tocca.
Perché? Una settimana prima, il 30 novembre, i sostituti procuratori Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo hanno disposto l'acquisizione di una serie di documenti riguardanti compravendite di film da parte di Mediaset avvenute nel 2005.
L'indagine è quella sui diritti tv, in cui Berlusconi è accusato di aver gonfiato il prezzo di acquisto di film e telefilm, in modo da sottrarre centinaia di milioni di euro dalle casse dell'azienda e dirottarli su una serie di società off-shore.
Fino a quel momento l'accusa si era limitata a contestargli il falso in bilancio e l'appropriazione indebita fino al 1999. Ora però le difese temono un'estensione temporale del capo d'imputazione fino a tempi recentissimi.
I pm potrebbero arrivare a sostenere che anche la contabilità del 2005 è stata manipolata. Se così fosse, nemmeno la prescrizione dimezzata della legge ex Cirielli basterebbe a garantire l'impunità al Cavaliere. Meglio lasciare tutto come prima. Alla faccia degli scandali finanziari e dei risparmiatori. |