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La Campagna Contro Di Pietro

19 FEBBRAIO 1998 - LA CAMPAGNA CONTRO DI PIETRO

Calunnie fatte in casa

Ai danni dell'ex magistrato è stata imbastita una montatura durata anni Serviva a screditarlo, ma è stato un boomerang per chi l'ha orchestrata

di Peter Gomez e Leo Sisti

«subito dopo l'arresto di paolo berlusconi lei va da Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, e chiede di farsi aprire le porte presso la Comit e, guarda caso, ottiene un finanziamento. È così?». Tribunale di Brescia, 2 febbraio 1998, lunedì. Quarta giornata di interrogatorio per il costruttore Antonio D'Adamo, ex amico e grande accusatore di Antonio Di Pietro, per il quale avrebbe accantonato la bella somma di 4 miliardi e mezzo. È il penultimo appuntamento nell'ambito del cosiddetto incidente probatorio, una specie di prova generale che il codice prevede a porte chiuse, prima della chiusura delle indagini preliminari.

Delle sue 30 e più ore di esame e controesame di giudici, pubblici ministeri e avvocati, l'ingegner D'Adamo ricorderà soprattutto quella domanda. E l'atteggiamento finto-ingenuo dell'avvocato Massimo Dinoia, legale di Di Pietro. Gli sembra quasi che dietro quei baffetti sottili e quegli occhi indagatori si nasconda un trabocchetto. Non si sbaglia. Così, quando risponde, D'Adamo è costretto a calare le carte. E a far capire ai presenti che in cambio di rivelazioni sui suoi favori a Di Pietro (prestitodi115milioni, uso gratuito di un appartamento), e della sua disponibilità a renderle pubbliche, può aver avuto da Berlusconi appoggi bancari per le sue imprese sull'orlo del fallimento.

È il coup de théàtre. A Brescia va in scena il Grande Complotto Fallito; o, se si preferisce, la Congiura dei Balordi. Berlusconi ha spinto D'Adamo a dire che Di Pietro aspettava da lui 4 miliardi e mezzo; sempre lui, con Cesare Previti, ha forzato il costruttore a scrivere un promemoria anti-Di Pietro destinato alla Procura di Brescia. Manovre che partono da lontano, fin dal 1994, un anno prima dei contatti finora ufficialmente conosciuti tra D'Adamo e il cavaliere.

L'ingaggio dell'Ingegnere «avvocato, vuole sapere che cosa avvenne per l'arresto di Paolo Berlusconi, allora latitante? Io ne parlai con Di Pietro...». Quando, lunedì 2 febbraio, Dinoia tende la sua trappola, D'Adamo siede già da parecchie ore sulla graticola bresciana. E, rispondendo, regala all'uditorio il racconto inedito di quella caldissima estate di quattro anni fa, pochi giorni dopo che Alfredo Biondi, Guardasigilli nel governo Berlusconi, aveva emesso il decreto salvaladri provocando la sollevazione del pool milanese di Mani pulite.

Il 26 luglio '94 la foto del fratello del capo del governo, ricercato per tan-genti, campeggiava nelle bacheche di tutti i posti di polizia e di frontiera: «Parlai più volte per te­lefono con il dottor Di Pietro su questo argomento», ricorda D'Adamo. «Lui mi disse: "Fallo presentare". Ci fu una lunga trattativa tra me, Silvio Berlusconi, Di Pietro e gli avvocati della difesa: Paolo aveva paura, ma si volevano accelerare i tempi, perché così sarebbe stato liberato subito».

Venerdì 29 luglio, alle 9 in punto, Berlusconi junior varcò la porta del palazzo di giustizia di Milano e si consegnò al pm più duro del pool. Ma non tutto funzionò come previsto. Ricorda ancora D'Adamo: «La cosa fu diversa, perché Paolo ebbe gli arresti domiciliari subito [ma non venne liberato, ndr]. Poi ci fu una trattativa. In quel momento i telefoni scottavano, il telefono tra Di Pietro, Silvio Berlusconi e gli avvocati che andarono a trattare con Di Pietro». Era estate, e a Berlusconi vennero concessi gli arresti domiciliari nella sua villa in Sardegna. D'Adamo lo contattò prendendolo in giro: «Stai bene, perché vai al mare...» Lui mi disse: «Ci sono i carabinieri che non mi lasciano neanche fare il bagno». «Era il 15 agosto, io ero a Saturnia. Telefonai a Di Pietro, era una lunga telefonata, e lo pregai che si interessasse per far uscire [dagli arresti domiciliari, ndr] Paolo Berlusconi. Dopo una settimana questo avvenne».

Dunque, il costruttore si vanta di essere riuscito nel suo intento, restituire la libertà al fratello del premier. Subito dopo l'avvocato Dinoia butta lì un'altra domanda: «Fu prima o dopo l'arresto di Paolo Berlusconi che lei si rivolse a Silvio Berlusconi per i finanziamenti presso la Comit?». Risposta: «Dopo, in settembre». Da piazza della Scala, sede della Banca commerciale italiana, 12 miliardi sonanti partirono in direzione dell'agonizzante D'Adamo

Arrivano i quattrini della Comit

ECCO, AL RIGUARDO, L'ISTRUTTIVO BOTTA E risposta fra Dinoia e l'ingegner D'Adamo.

Dinoia: «II dottor Silvio Berlusconi si impegnò davanti a lei a intervenire su Comit? ».

D'Adamo: «Mi disse che sarebbe intervenuto» (D'A-damo preparò la documentazione per la sua pratica, chiese un appuntamento con Pierfrancesco Saviotti, direttore centrale, "quello che curava i fidi", e gli portò i bilanci).

Dinoia: «Quando lei parlò con Berlusconi del finanziamento Comit, Berlusconi le disse: "Vai e troverai le porte aperte?"».

D'Adamo: «Mi disse che avrebbe telefonato, ma non so se ha telefonato».

Dinoia: «Questa telefonata con Berlusconi venne fatta prima o dopo l'incontro con Saviotti?».

D'Adamo: «Avvenne prima».

Dinoia: «Trovò resistenza da Saviotti?».

D'Adamo: «Trovai molta comprensione... Io so che quando si ha bisogno di aiuto si va dagli amici».

Dinoia: «Ha ringraziato Berlusconi per questa disponibilità che Comit le manifestò ? ».

D'Adamo: «Sì».

La disponibilità procurata dal presidente del Consiglio valse 12 miliardi per il costruttore, che in garanzia dette il 99 per cento delle azioni della Gruppo D'Adamo Editore (Gde). Quando si dice il caso: nell'aprile del 1994 il 60 per cento di quei titoli era appena stato liberato dal banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia, in cambio di una parziale restituzione di 9 miliardi concessi in prestito alla stessa società.

Generoso verso chi, amico di Di Pietro, si apprestava a tradirlo per passare al suo servizio, Berlusconi cercò di far bene i suoi conti, tutelando fin che poteva gli interessi del suo gruppo. Infatti, quando il disperato D'Adamo si rivolse a lui perché intercedesse presso la Mondadori a cui sperava di rifilare il controllo della Gde, dapprima il cavaliere mosse qualche passo, poi mandò tutto all'aria: non se ne poteva fare niente, i bilanci della Gde presentavano problemi. L'epoca di questo sterile negoziato: poco prima del finanziamento Comit.

Se la Mondadori uscì indenne dall'assalto dell'ingegner D'Adamo, così non è stato per altre società berlusconiane. Parola dello stesso costruttore: «Nel 1994 la Edilnord [negli anni Settanta D'Adamo ne fu direttore generale per qualche tempo, ndr] acquistò, oppure fu sottoscritto un compromesso per l'acquisto di un terreno [del valore] di 14 miliardi circa. Per il compromesso ho avuto un anticipo di 3 miliardi». Poi, forte di questo accordo, l'ingegner D'Adamo entrò alla Banca di Roma e si fece scontare quel contratto preliminare di vendita con l'Edilnord, spuntando altri 7 miliardi. Una vera macchina da soldi.

Tutto qui? Macché. Continua D'Adamo nel suo faccia a faccia con l'avvocato Dinoia: «Nella primavera del 1995 la Mediolanum Factor (gruppo Fininvest) fece uno sconto di tratte autorizzate per circa 2 miliardi alla Gde». Ma il capolavoro arrivò poco dopo, sempre nel 1995, quando l'onorevole Berlusconi, capo dell'opposizione in Parlamento, premette sui vertici della Banca Popolare di Novara, capofila dei creditori del gruppo D'Adamo. Racconta l'ex amico di Di Pietro: «Con Costantini [Alberto, amministratore delegato della Popolare Novara, ndr] mi incontrai proprio con il dottor Berlusconi ad Arcore, una o due volte, poi a Novara». Lo spigoloso Dinoia insiste, sibillino: «Silvio Berlusconi è intervenuto presso altri istituti di credito a suo favore?». La risposta non si fa attendere: «Io ho chiesto di intervenire presso le banche che fino a quel momento non avevano risposto al piano Gallo [di salvataggio del gruppo D'Adamo, ndr]: il San Paolo di Torino e l'Istituto di Credito Fondiario». Si era intorno al maggio-giugno 1995, e la situazione stava precipitando. Del piano Gallo, secondo D'Adamo, «non se ne fece nulla», e cominciarono le procedure per alcune società del gruppo: amministrazione controllata, concordato preventivo e, nel peggiore dei casi, fallimento.

La maxi-tangente inventata

C'È CHI LA DEFINISCE IMMAGINARIA, CHI preferisce chiamarla virtuale. Su un punto, però, a Brescia sono ormai tutti d'accordo. La maxi-mazzetta da 4 miliardi e mezzo con cui il banchiere Pacini Battaglia, finito nel tritacarne di Mani pulite nel 1993, avrebbe tentato di comperarsi la benevolenza di Di Pietro non è mai esistita. O meglio è esistita esclusivamente nell'immaginazione di D'Adamo, che, come ammette a verbale, restituì a Pacini soltanto la metà del debito contratto con lui, sostenendo di dover dare il resto del malloppo a Di Pietro. Nel suo interrogatorio del 28 gennaio l'ingegnere infatti spiega: «Nella mia mente c'era che dovevo dare dei soldi a Di Pietro; questa cifra di 4 miliardi e mezzo poteva essere una grande provvista nel caso io fossi riuscito a dare questi soldi, ma non ho mai detto a Di Pietro se erano 4 miliardi e mezzo o altro. Non ho mai quantificato nessuna cifra».

Eppure per qualche giorno, nelle settimane a cavallo tra la primavera e l'estate del 1997, i magistrati di Brescia e gli investigatori del, Gico della Guardia di finanza furono certi di aver fatto bingo grazie a un testimone d'eccezione: il solito Silvio Berlusconi. Il 31 maggio il leader del Polo si presentò dai pm e, sotto giuramento,non esitò a dichiarare: «D'Adamo mi ha riferito di aver ricevuto da Pacini Battaglia, o da una società a lui facente capo, un finanziamento da 9 miliardi [e] che, all'atto della restituzione dei 9 miliardi al Pacini, 4 miliardi e mezzo sarebbero stati destinati a Di Pietro, pienamente consapevole e consenziente. D'Adamo ha altresì aggiunto che era notorio il trattamento di favore che Pacini aveva ricevuto da Di Pietro nell'ambito delle inchieste milanesi e mi fece capire che il Pacini aveva corrisposto i 9 miliardi per "alleggerire" la sua posizione nell'ambito di tale inchieste».

Subito dopo quella deposizione Berlusconi spedì a Brescia il suo teleoperatore preferito, Roberto Gasparotti (noto per aver ideato il trucco della calza, ovvero il filtro usato per ringiovanire il cavaliere in tv), con l'incarico di depositare un nastro sul quale erano state incise, grazie a microfoni clandestini, le confidenze di D'Adamo. La cassetta era però il risultato di un collage di più colloqui fra il costruttore e il leader di Forza Italia: frasi smozzicate, alcune volte addirittura interrotte a metà; il frutto di una squallida manipolazione. In uno di questi frammenti D'Adamo affermava: «Io avevo detto a Di Pietro: questi soldi, quando li restituirò, una parte verranno a te. Io ho detto 4 miliardi e mezzo». Riascoltando il nastro si ha l'impressione che D'Adamo avesse davvero raccontato a Berlusconi di aver promesso la maxitangente.

Ma il 2 febbraio 1998, dietrofront: il grande accusatore dell'ex pm è categorico nell'escludere di aver mai detto nulla del genere al boss italoforzuto. D'Adamo anzi protesta per i tagli nei nastri: «Manca la frase successiva». E ribadisce: «Io a Berlusconi non ho mai detto che avevo promesso 4 miliardi e mezzo; io ho sempre parlato di restituzione di soldi, ho spiegato più volte le operazioni che avrei fatto, ma non ho mai quantificato. Io ho cercato di spie­gare, Berlusconi voleva sapere. Evidentemente Berlusconi voleva sentirsi dire che erano 4 miliardi e mezzo messi a disposizione di Di Pietro, ma non era così. Il dottor Berlusconi cercava di farmi dire che io dovevo dare 4 miliardi e mezzo, perché non capiva che cosa significava la provvista...».

Quando ormai la confusione sembra aumentare, ecco il gip Anna Di Martino chiedere chiarimenti su una frase, intercettata, di Berlusconi: «Non posso tacere, devo divulgare questa cosa [i 4,5 miliardi di Pacini Battaglia per Di Pietro, ndr]». D'Adamo allora sbotta e quasi accusa il cavaliere di aver organizzato una trappola per incastrare lui e Di Pietro: «Signor giudice, ho spiegato come stavano le cose [...] che Berlusconi continuava a mettermi in bocca, soprattutto perché lui sapeva che mi stava registrando e io non lo sapevo». D'Adamo insomma dice che il capo di Forza Italia gli facesse domande trabocchetto, per costringerlo a dire quello che non pensava. E nemmeno crede alle tesi di Berlusconi e del tecnico Gasparotti, secondo cui le registrazioni furono fatte casualmente con cimici piazzate in casa del leader di Forza Italia per scoprire un dipendente sospettato di essere una spia. Per non parlare poi di quel taglia e cuci nei nastri che avrebbe stravolto il suo pensiero. Commenta caustico il gip Di Martino: « Questo non dipende da noi... ».

Comunque stiano le cose, è chiaro che in que­sta storia qualcuno non dice la verità: Berlusconi, D'Adamo, forse tutti e due. Nel corso dell'incidente probatorio la difesa di Di Pietro concentra ovviamente la sua attenzione sul costruttore. E cerca di capire se davvero, come giura D'Adamo, nel 1993 egli pensò di creare una provvista da 4 miliardi e mezzo destinata all'ex magistrato. L'avvocato Dinoia sfodera un argomento logico insuperabile: nel novembre 1994 Antonio Di Pietro restituì a D'Adamo 115 milioni avuti in prestito tre anni prima per acquistare la sua casa di Curno.

Dinoia: «Visto che lei si riteneva debitore di 4 miliardi e mezzo, perché non gli ha detto: "Tienili, te ne devo dare ancora per la vicenda Pacini" ? »

D'Adamo: «Ho detto che non li volevo, ha insistito».

Dinoia: «Perché lei non ha detto: "Ma io comunque ti devo 4 miliardi e mezzo" ? ».

D'Adamo: «Non l'ho detto».

Dinoia: «È l'unico fatto certo. Perché?».

D'Adamo: «Non lo so, non ci ho pensato». Quei due premevano...

È IL CAPITOLO A PIÙ ALTO TASSO DI SORPRESE. D'Adamo sostiene che il cavaliere lo ha "caldamente invitato a venire a Brescia". Parla apertamente di "pressioni di Berlusconi": sono tali, dice al gip, gli interrogatori di Berlusconi e Previti, ma anche la consegna ai magistrati bresciani dei due memoriali da lui dati nell'autunno '95 all'ex ministro della Difesa.

Di Martino: «Lei ci ha detto che praticamente ha redatto quegli appunti [...] perché le fu chiesto da Previti di metterli per iscritto. Da quello che Previti ha raccontato al pubblico ministero pare di capire che sia stato invece lei, D'Adamo, a offrire a Previti il promemoria già confezionato, o comunque gli appunti cartacei senza che loro dicessero: "Mettili per iscritto"».

D'Adamo: «Io ricordo diversamente. Ricordo che ho messo giù questi appunti anche per ricordarmi le cose, ma sopratutto perché ne avevamo parlato, quindi mi avevano detto [Previti e Berlusconi, ndr]: "Mettili giù". Poi ho fatto una seconda versione, che non è una seconda versione, è solo una risistemazione: gli appunti li avevo scritti proprio male».

Di Martino: «Quindi non è stata una sua iniziativa spontanea?».

D'Adamo: «Certo».

Dinoia: «Previti continua e dice che lei gli avrebbe lasciato quei memoriali senza un particolare vincolo d'utilizzazione. Dice il vero l'onorevole Previti?».

D'Adamo: «Non dice il vero...».

Di Martino: «Lei ci ha sempre detto che c'era un accordo orale con Berlusconi e Previti secondo il quale ci voleva il suo assenso prima di utilizzarli... Cosa che invece non è avvenuta, perché lei ha detto: "Mi sono trovato di fronte a questi qui che hanno portato al pm le carte "...»

D'Adamo: «Confermo di aver detto così».

Ma, se D'Adamo asserisce di essere stato quasi costretto ad andare ad accusare Di Pietro per una sorta di ricatto della coppia Previti-Berlusconi, perché si è fidato al punto di mettere nelle loro mani quei due memoriali? Unica, possibile risposta: la promessa, per il costruttore, di un aiuto economico per le sue aziende in crisi.

Dinoia e il gip Di Martino contestano a D'Adamo una serie di telefonate intercettate nell'autunno 1995 nelle quali l'imprenditore, dopo aver comunicato alla figlia che Berlusconi aveva offerto il proprio aiuto, si sentì chiedere: «Ma tu, papa, cosa puoi fare in cambio per lui, niente?». Allora D'Adamo rispose, criptico: «Molto invece, perché vogliono alcune cose, lui vuole anche qualcosa, io so che cosa vuole». Che cosa? Dice oggi D'Adamo: «Gli appunti». E spiega di aver parlato al plurale perché si riferiva al duo Previti-Berlusconi. Chiede il gip: «Quindi lei ammette che c'è una relazione fra l'aver messo per iscritto questi rapporti con Di Pietro e gli aiuti che ha avuto da Berlusconi?». «Sì», risponde D'Adamo. Poi cerca di giustificarsi: «Certamente non è stato solo questo... Ci sono vari elementi che hanno contribuito a fare questi appunti...» Ma la frittata ormai è fatta. La Congiura dei Balordi è fallita.

 

 

 

 

 

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