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Anna Politkovskaja

 

ANNA POLITKOVSKAJA

"Io vivo la mia vita e scrivo ciò che vedo"

Dal libro "Anna Politkoskaja - Proibito parlare":

Tratto dagli articoli sulla tragedia di Beslan:

La storia di Asik

2 dicembre 2004

Marina Kisieva, trentun anni compiuti il primo novembre - ma non festeggia più i suoi compleanni -, vive nel paese di Chumalag. Da quel primo settembre la sua famiglia è composta da due sole persone: ha perduto il figlio Aslan, detto Asik, di sette anni, scolaro di seconda, e il marito Artur, che quel giorno lo aveva accompagnato a scuola per la cerimonia di apertura. Le è rimasta solo Milena, la figlioletta di cinque anni.

Milena è molto seria per la sua età, e stupisce che non chieda mai dove è finito Asik. Però si rifiuta categoricamente di andare all'asilo. Ed è svenuta quando ha visto le donne di casa mettersi a piangere.

Artur, il marito di Marina, come mi avrebbe detto in seguito Raisa Kambulatovna Dzaragasova-Kibizova, maestra di Asik, era «il miglior padre della classe». Era stato lui a insistere per far trasferire il figlio da Chumalag a Beslan, in una scuola migliore. Era lui che lo portava avanti e indietro, da casa a scuola e viceversa, benché lavorasse e studiasse. Marina ci mostra la tesina di fine anno di Artur, II potere legislativo del governo: studiava legge a Pjatigorsk, dove c'è una sede distaccata dell'università statale di Economia e commercio. Era tornato da Pjatigorsk il giorno prima proprio per portare Asik a scuola. Anche Marina voleva andare con loro, ma un imprevisto l'aveva bloccata a casa.

«Perché non sono andata...? L'avrei portato via! Asik... piccolino, magro, le orecchie a sventola... buffo... Il preferito di tutti, e molto timido» dice Marina aggrottando le sopracciglia e facendosi forza per non scoppiare in lacrime di fronte a Milena.

È nonna Kisieva invece a non smettere di piangere. Artur era suo figlio, Asik suo nipote. È di Vladikavkaz, ma ora sta a Chumalag. Quando discutevano su dove mandare a scuola Asik perché molto dotato, Artur chiese alla madre di prenderlo con lei a Vladikavkaz: là avrebbe studiato in una scuola migliore e imparato bene il russo. A Chumalag la gente parla ancora in lingua osseta, mentre per sperare in un futuro più desiderabile, per continuare a studiare, è indispensabile un diploma in lingua russa. Artur ne era convinto. La nonna, però, allora rifiutò, temeva di non essere all'altezza di una tale responsabilità. Come milioni di altre nonne.

Oggi per lei la situazione è insostenibile, sa che tornare indietro è impossibile. Il corpo di Asik non si trova da nessuna parte. E Artur è morto: gli hanno sparato il primo settembre,quasi subito. I terroristi portarono via gli uomini e li costrinsero a costruire barricate e ad appendere gli ordigni esplosivi.

«Sono in molti a riferire che Artur abbia detto: "Piuttosto di lasciare i bambini a voi, li ucciderei io con le mie mani"» dice nonna Kisieva. «E l'hanno ammazzato...»

Asik, rimasto nella palestra senza suo padre, si trascinò verso Raisa Kambulatovna, la sua maestra, e rimase con lei quasi fino alla fine, chiedendo in continuazione: "Dov'è Artur?".

«Mi colpì molto che non chiedesse: "Dov'è papa?".» Raisa parla lentamente, come si conviene a una maestra delle elementari. «Secondo me aveva capito tutto, ma temeva fosse vero.»

La maestra Raisa

Raisa ha sessantadue anni, e quel primo settembre festeggiava quarant'anni di insegnamento. Come molte maestre con una lunga carriera alle spalle ha un portamento altero, che riesce a mantenere in una Beslan in cui si passa dalla pura follia all'incertezza su ogni cosa. Non si sa come prosegue l'inchiesta, chi siano i colpevoli, ed è cominciata una campagna - abilmente orchestrata dai servizi speciali e dagli addetti della procura - per gettare fango sugli insegnanti sopravvissuti.

Mi dice Raisa: «Puntano il dito contro gli insegnanti, sostenendo che non abbiano fatto fino in fondo il loro dovere. Hanno invece una sola colpa: essere sopravvissuti al posto dei bambini. Mi creda, se avessimo potuto salvare qualcuno l'avremmo fatto. Già prima dell'esplosione non potevamo fare niente. Gli insegnanti avevano un unico dovere: stare vicini ai bambini, essere d'esempio e dimostrarsi forti per loro. Ed è stato così, almeno fino all'esplosione. Dopo, nessuno era più in grado di aiutare gli altri... Il terzo giorno eravamo già inebetiti, avevamo le allucinazioni. Ho sorvegliato Asik per tutto il tempo, ma alla fine non sono più riuscita a protegger lo. Eravamo entrati in palestra con la prima ondata. La nostra classe, la seconda A, stava vicino alle porte. Io ero seduta davanti ai miei studenti e ai loro genitori; di fronte a noi era appeso l'esplosivo. Artur Kisiev, come tutti gli altri genitori, stava accanto al figlio. Poi i guerriglieri hanno ordinato ai padri più giovani di fare un passo avanti. Cinque minuti dopo li hanno freddati nel corridoio. Due dei miei alunni, Misikov e Kisiev, hanno perso il padre in quel momento. Dissi ai miei allievi: "Ai bambini non spareranno". Asik stava raggomitolato sulle mie ginocchia e aveva fame. Ho fatto il possibile per procurargli qualcosa da mangiare. La prima sera era accaduto un fatto. Vicino a noi c'era una giovane mamma con il suo neonato, il bambino piangeva, lei lo cullava ma lui non si calmava. Un guerrigliero le ha intimato di farlo stare zitto, puntandole addosso il mitra. Poi, tirando un profondo sospiro, ha preso una bottiglietta e l'ha passata alla donna: "Questa è la mia acqua, dalla al bambino. Prendi anche questi due snack, faglieli ciucciare attraverso il fazzoletto". La mamma temeva fossero avvelenati. Le ho detto: "E che importa? Tanto da qui non usciamo vivi... Fa' almeno che il bambino si calmi". Lei ha staccato con i denti un pezzetto di Mars, lo ha avvolto in un fazzoletto e l'ha messo in bocca al bimbo. Quello che è rimasto dello snack me lo sono nascosto io dietro la schiena. Stando molto attenta a non farmi vedere, ne ho staccato un bel pezzo e l'ho dato ad Asik. Gli altri pezzetti li ho distribuiti di nascosto tra gli studenti della mia classe. La seconda notte, quando ormai non c'era quasi più acqua e i terroristi non lasciavano più andare in bagno nessuno, ho detto ai bambini: "Fatela dove vi trovate". I bambini piano piano han preso coraggio e hanno cominciato a seguire il mio consiglio. Ai maschietti hanno dato delle bottiglie dove fare pipì. Più tardi ho detto: "Bevete da quelle bottiglie". Ma ai bambini faceva schifo. Ho dovuto dare l'esempio bevendo per prima un sorso dell'urina di uno studente della sesta che era stato mio allievo alle elementari. Non mi sono neanche turata il naso, volevo dimostrare che non faceva tanto schifo. Così mi hanno seguito e hanno cominciato a bere pure loro. Anche Asik. La mattina del 3 settembre, Karina Melikova, della quinta, a un tratto ha chiesto di poter andare in bagno e glielo hanno concesso. Allora Emma Chasanovna Kariaeva, sua mamma, una delle nostre insegnanti elementari, le ha sussurrato di strappare delle foglie dalle piante della presidenza -l'avevano adibita a bagno, ci avevano fatto un buco nel pavimento. Karina, che era una ragazzina sveglia, è riuscita a strappare delle foglioline e le ha portate in palestra nascondendole tra le pagine di un quaderno. Così le abbiamo distribuite tra i bambini. Questo è tutto quello che ha mangiato Asik il secondo giorno. Emma Chasanovna e Karina sono morte entrambe. Perché ho perso Asik all'ultimo momento? Durante l'assedio erano in molti a stare male. Alcuni giacevano a terra svenuti. Altri venivano addirittura calpestati. Taisa Kaurbekovna Chetagurova, insegnante di lingua osseta, stava male, mi sono trascinata fino a lei per spostarla verso la parete o l'avrebbero calpestata... Così ho lasciato Asik. Ecco perché. Non ho sentito né l'esplosione né gli spari. D'un tratto il mondo non c'era più. Ho ripreso i sensi quando mi sono sentita calpestare da quelli delle forze speciali. Correvano sopra la mia testa. Mi sono fatta forza e mi sono trascinata fuori. C'erano cadaveri ammucchiati gli uni sugli altri. Perché sono sopravvissuta e loro no? Perché sono morti sette dei miei studenti di seconda e non io che ho già sessantadue anni? E dov'è Asik? Me lo vedo davanti agli occhi tutte le notti, trotterella verso di me, come un topolino. Marina, la mamma di Asik, è viva per miracolo, io lo so, l'ho vista...».

 

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