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L'ANGOLO DI SIBILLA

 

ARGOMENTO DELLA SETTIMANA: Iraq

 

Ne valeva la pena…

Sessanta litri di petrolio al giorno per ogni soldato.

È il consumo medio dell'esercito statunitense in Iraq e in Afghanistan.
Equivale a cinque miliardi di litri all'anno.
Più del consumo del Bangladesh, che ha una popolazione di 150.000 abitanti.
E si tratta dì valutazioni prudenti.
Michae Klare, uno dei massimi esperti di petrolio e politica, ha pubblicato le stime di un contractor del governo americano, Lmi government consulting.
In un rapporto dell'aprile del 2007, Lmi calcola che in tutte le operazioni in cui è impegnato in giro per il mondo, il Pentagono consuma 340mila barili di greggio al giorno.
Più del consumo quotidiano di paesi come la Svezia o la Svizzera. Nel corso degli anni gli , Stati Uniti sono diventati i guardiani mondiali del petrolio per conto delle aziende e dei consumatori americani.

Adesso viene il sospetto che i militari combattano le loro guerre solo per poter alimentare l'apparato bellico necessario a combatterle.


Numeri

 Soldati americani in Iraq oggi: 156.000.

Soldati americani in Iraq quando il presidente Bush disse che la missione era compiuta (maggio 2003): 130.000.

Soldati americani morti tra febbraio e giugno 2007: 481

Nello stesso periodo dell'anno  scorso: 292.

Area di  Baghdad non controllata dagli americani: 60 per cento.

Soldi investiti dalla  Cia  nei nuovi servizi segrete iracheni: 3 miliardi di dollari.

Iracheni che sono scappati dal paese  tra il 2003 e oggi:  2,2 milioni.

Rifugiati iracheni accolti negli Stati Uniti: 500.

Rifugiati iracheni che hanno meno di 12 anni: 55 per cento.

Professori universitari uccisi dal 2003: circa 200.

Medici iracheni che hanno lasciato il paese: 12.000, sui 34.000 iscritti all'albo.

Iracheni che vivono con meno di un dollaro al giorno: 54 per cento, secondo le Nazioni Unite.

Iracheni che non hanno accesso all'acqua potabile: 70 per cento.

Americani che approvano le scelte di Bush in Iraq: 23 per cento.


Vita quotidiana

Ogni giorno Mustafa esce di casa alle 7.30.

Prende l'autobus e arriva in ufficio alle 8.30.

Sa bene che di prima mattina gli attentati suicidi sono più frequenti, ma è un commercialista e deve arrivare puntuale al lavoro.

L'ultimo mese è stato molto difficile per Mustafa: le temperature hanno raggiunto i 45 gradi e in ufficio non c'è l'aria condizionata, ma lui può staccare solo alle 15.

Mustafa, però, è preoccupato soprattutto per la sua incolumità.

Qualche settimana fa il suo collega Sayed Musa, con cui divide la stanza, è stato rapito in strada a pochi metri dall'ufficio.

Tutti lo davano per morto ma è stato rilasciato dopo un paio di settimane. Due giorni dopo era già al lavoro, puntuale come sempre.

Mustafa è rimasto sconvolto dal rapimento di Sayed Musa. Teme che possa capitare anche a lui. Ha pensato perfino di lasciare il lavoro, ma non può permetterselo. La settimana scorsa ha subito un altro shock.

Mentre andava in ufficio è esplosa un'autobomba a pochi metri da lui, rovesciando il pulmino su cui viaggiava.

Fortunatamente se l'è cavata con pochi graffi. Due giorni dopo anche lui era al lavoro.

L'unico segno visibile dell'attentato era una benda sulla mano sinistra.

Articoli tratti da Internazionale.

 

 

Sibilla

 

 

 

 

 

 

 

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