Amira Hass
Vivere nella paura a Nablus
Ho scoperto che a Nablus ci sono persone che hanno paura di parlare con me
Internazionale , 12 ottobre 2006
Nablus è una città della Cisgiordania, sotto assedio da sei anni. Tutte le uscite e le entrate sono controllate dall'esercito; alcune sono bloccate, da altre possono passare solo i residenti di certi villaggi; nel complesso hanno il permesso di entrare e uscire non più di un centinaio di auto; infine, nessun giovane tra i 16 e i 35 anni può lasciare la città.
Ho scoperto che a Nablus ci sono persone che hanno paura di parlare con me. Il proprietario di una fabbrica in un primo momento aveva accettato, ma poi ci ha ripensato. Un tempo produceva scarpe e dava lavoro a una ventina di operai; adesso importa articoli dalla Cina.
L'industria palestinese non ha futuro: l'accesso ai mercati è estremamente limitato e i collegamenti tra le città della Cisgiordania sono troppo costosi e problematici.
Ma l'uomo teme, raccontando la sua storia, di attirarsi le ire delle autorità israeliane, che lo priverebbero di ogni permesso: di viaggiare, d'importare, di lasciare Nablus in auto. Non fa niente, mi sono detta, ci sono centinaia di persone come lui; dalle loro storie si può capire cos'è un assedio totale.
Ha paura di parlare anche il padre di un ragazzo arrestato dall'esercito israeliano. Il figlio è stato reclutato da un miliziano palestinese e mandato a un posto di blocco con armi ed esplosivi. Il padre sostiene che il reclutatore "ha comprato la libertà" del ragazzo per qualche migliaio di dollari di Hezbollah.
Lo stesso miliziano ha informato l'esercito oppure ha dato al ragazzo una "cintura esplosiva vuota"; insomma, sapeva che il ragazzo sarebbe stato preso o ucciso. Così, però, ha potuto dire a Hezbollah di aver "ordinato un attacco contro il nemico". Il padre ha fatto dei nomi, ma aveva paura che venisse fuori la sua identità.
Non fa niente, mi sono detta di nuovo, ci sono una settantina di casi di giovani che hanno tentato una qualche "operazione" assurda ai posti di blocco con pugnali o armi artigianali. Qualcuno lo ha fatto per scappare da casa o da scuola, o per far avere dei soldi alla famiglia (i sussidi per i prigionieri) o per sembrare un eroe.
Altri sono stati reclutati da miliziani e pagati "a operazione". Adesso il fenomeno è in calo, dopo la guerra in Libano e dopo l'uccisione del reclutatore da parte dell'esercito israeliano. Ma anche i genitori che si sono rallegrati della sua morte hanno paura di parlare con me.
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