Amira Hass
Agenti segreti
Il clima di segretezza che circondava lo Shabak era – ed è – in netto contrasto con la visibilità dei suoi agenti nei territori palestinesi
Internazionale , 14 dicembre 2006
La persona al telefono ha detto: "Buonasera, sono Eli, dello Shabak" (il servizio di sicurezza generale). La voce giovane ed educata voleva sapere se avevo ricevuto la risposta via fax alle domande che avevo rivolto ai servizi segreti la settimana scorsa. Sì, l'avevo ricevuta: le denunce di torture che avevo raccolto tra alcune persone arrestate a Beit Hanun erano tutte infondate.
Qualche anno fa una simile interazione sarebbe stata impensabile, per non parlare della menzione di quella parola terribile: "Shabak". Nel 1989, quando ero una giovane redattrice di Ha'aretz, il caporedattore di turno mi sgridava sempre quando aggiungevo il termine "Shabak" in riferimento a interrogatori e palestinesi. Fino a pochi anni fa era l'ufficio stampa del primo ministro a rispondere alle domande sull'operato del servizio di sicurezza generale. Adesso quest'ultimo ha cambiato politica e ha scelto alcuni suoi giovani funzionari come portavoce.
Il clima di segretezza che circondava lo Shabak era – ed è – in netto contrasto con la visibilità dei suoi agenti nei territori palestinesi. Certo, nascondono sempre i loro veri nomi dietro pseudonimi arabeggianti, della serie "Abu qualcosa", ma ogni città, ogni quartiere e ogni campo profughi ha sempre avuto il suo capo dello Shabak, i suoi vice, i suoi agenti semplici, conosciuti da tutti.
Eli aveva un tono cordiale e disponibile al telefono. Ma un paio di ore dopo, la denuncia di un avvocato ha ricordato il vero volto dei servizi segreti: arrabbiato con un ragazzo palestinese che si era rifiutato di fare l'informatore, l'agente dello Shabak ha suggerito di arrestarlo per la seconda volta. Il ragazzo ha detto all'avvocato di essere stato ricattato con le condizioni di salute di sua madre, malata di tumore: "Se non fai quello che ti diciamo, non la vedrai".
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