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Amira Hass

 

Amira Hass

 

Piccola vittoria

La maggior parte del traffico palestinese è stato gradualmente dirottato su strade secondarie, lontano dalle grandi arterie

Internazionale , 8 febbraio 2007

È stato con grande piacere che la scorsa settimana ho fermato diverse volte la mia auto per offrire un passaggio alle persone in attesa di un taxi su una strada poco trafficata. La maggior parte erano uomini che tornavano a casa dal lavoro, in uno dei villaggi a sud di Nablus.

La loro sorpresa, alla vista dell'automobile con targa israeliana che si fermava, era palese. Alcune strade della Cisgiordania sono usate ancora sia dagli israeliani (per lo più coloni) sia dai palestinesi. Due mondi contrapposti che si muovono l'uno accanto all'altro. La maggior parte del traffico palestinese è stato gradualmente dirottato su strade secondarie, lontano dalle grandi arterie.

Ho dovuto spiegare che in effetti sono israeliana, ebrea, ma che vivo tra loro e so che quella strada non è ufficialmente vietata ai palestinesi. Soli pochi osano percorrerla, perché c'è il rischio che un soldato di guardia li fermi, trattenendoli per ore e magari sostenendo che la strada è "sterile" (cioè vietata ai palestinesi, nel gergo militare israeliano). Gli alti ufficiali sanno di non dover usare questo termine disgustoso, ma i soldati sono meno attenti a usare un linguaggio politicamente corretto.

Sono abituata a dare passaggi ai palestinesi. Ma questa mia abitudine stava per trasformarsi in un reato. Come ho scritto il 24 novembre scorso, il comando centrale militare aveva emesso un nuovo ordine che vietava agli israeliani di portare in auto dei palestinesi, a meno che non avessero prima richiesto un permesso speciale.

La disposizione sarebbe dovuta entrare in vigore il 19 gennaio, ma così non è stato: due giorni prima della data fatale, l'ordine è stato "congelato". Prima di questo annuncio, le organizzazioni israeliane per i diritti umani avevano avviato una campagna pubblica e legale: è stato presentato un ricorso alla corte suprema che paragonava la misura alle leggi dell'apartheid in Sudafrica, sono usciti diversi articoli sui giornali e le ong hanno lanciato una petizione in cui invitavano a non rispettare l'ordine. Il raro assaggio di una piccola ma significativa vittoria.

 

 

 


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