Amira Hass
Vite in gabbia
Lui non può uscire, per paura che al ritorno le autorità israeliane lo costringano a tornare a Gaza
Internazionale , 19 gennaio 2006
Avrei dovuto essere contenta: due avvocati israeliani che non fanno parte dei "soliti sospetti" – ossia della cerchia dei legali di sinistra schierati contro l'occupazione – sono venuti a Ramallah per incontrare alcuni potenziali clienti. Hanno avuto bisogno di un permesso militare per entrare in città, dato che le aree palestinesi sono vietate agli israeliani.
I due offrono assistenza gratuita in casi legati alla libertà di movimento, o per meglio dire alla perdita della libertà di movimento. Ho messo in contatto gli avvocati con un gruppo di giovani uomini e donne nati a Gaza che da cinque anni vivono praticamente agli "arresti cittadini".
Si sono incontrati a casa di J. – un mio amico originario di Gaza. Come ricorderete, le autorità israeliane si rifiutano di aggiornare il loro indirizzo sulla carta d'identità (da Gaza alla Cisgiordania) e quindi li considerano residenti temporanei illegali anche se vivono qui da anni e hanno una famiglia, un lavoro, dei progetti. In qualsiasi momento potrebbero essere deportati a Gaza.
Hani Zu'rob, per esempio, un pittore di talento, vive in Cisgiordania dal 1994 e negli ultimi cinque anni i suoi quadri sono stati spediti in tutto il mondo ed esposti in varie mostre. Lui però non può uscire, per paura che al ritorno le autorità israeliane lo costringano a tornare a Gaza. Gli uomini e le donne presenti all'incontro – erano sette – hanno raccontato agli avvocati cosa significa non poter vedere familiari e amici da anni, e vivere in gabbia.
Prima di ripartire, il più anziano dei due – un avvocato rispettato, conosciuto e affermato – mi ha detto di aver finalmente capito quanto sia dura la separazione che Israele impone ai palestinesi. È stata una prova amara e frustrante di come i miei innumerevoli articoli sull'argomento servano a poco.
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